Il mondo dello spettacolo è stato messo a tacere dalla pandemia. Teatri e cinema chiusi, artisti che hanno dovuto ripiegare su Internet e tranne qualche sporadica pausa nel regime di quarantena non hanno più potuto calcare palcoscenici, andare nelle scuole a fare didattica, seminare per il futuro.Marco Ballerini, attore lariano, fa parte di questo mondo. Lo abbiamo conosciuto e apprezzato negli anni per le sue doti di mattatore della parola capace di destreggiarsi sui fronti più diversi. «Dal 26 febbraio 2020 sono fermo completamente – dice Ballerini – a parte una manciata di spettacoli all’aperto d’estate. E ho preferito non fare lezioni di dizione per i giovani, dato che la mascherina impedisce un parlato chiaro. Inoltre disdegno il digitale tranne rare eccezioni (ad esempio se c’è una finalità solidale), il mio è un lavoro sulle emozioni in presenza e la rete permette al teatro di esprimersi solo per una minima frazione».Ballerini ha poi un ulteriore motivo di preoccupazione che aggrava uno scenario tuttora fosco: vive a Campione d’Italia, che è notoriamente un luogo imploso a causa della crisi finanziaria in cui è piombato con il fallimento della casa da gioco comunale. Un serraglio da cui uscire e cui rientrare ogni sera passando quattro volte la dogana dato che Campione è tornata europea in terra rossocrociata.Ma anche nella crisi più nera, di fronte all’incrociarsi di più destini cupi, si possono trovare motivi di riscatto, resistenza e dignità anche magari proprio nel segno dell’arte.«Continuo a fare quello che amo, ossia leggere e scrivere e studiare – dice Marco Ballerini – e recitare ad alta voce. Mi sono reinventato, in questo tempo di pandemia, come cerimoniere funebre. Lavoro con una agenzia di onoranze comasca, contatto la famiglia, faccio una sorta di intervista e in base ai dati raccolti scrivo un ricordo della persona defunta e trovo un testo poetico che posso dedicare a lei e ai suoi cari per ricordarla degnamente. Poi la declamo al momento della cerimonia di tumulazione, nel rispetto degli opportuni distanziamenti. È un ritorno alle radici del teatro che è anche compianto funebre, lamentazione, dar voce al senso del sacro e dello spirituale anche quando la cerimonia è del tutto laica».Gli autori cui attingere in questa Spoon River nell’era Covid sono i più diversi, si va da Eugenio Montale al comasco Piero Collina. «Sono l’unico nel Comasco e uno dei pochi in Italia che lo fa, e le famiglie sono dalla mia parte – dice Marco – Mi chiedono di portare a casa le poesie che leggo perché do voce alle loro emozioni. Oggi la mia gioia è leggere poesie per i defunti, che diventano l’anima di una cerimonia al di là delle formule di rito».
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