«Che bella la mia vita tra i “matti”». Claudio Cetti racconta 40 anni di lavoro in psichiatria

«Ciascuno di noi è qualcosa di speciale. La lezione di 40 anni di lavoro è questa: bisogna guardare agli altri senza paura». È difficile immaginare la psichiatria del Sant’Anna senza Claudio Cetti, il medico-laghèe (è originario di Lenno) che ha speso tutta la sua vita professionale a tentare di rendere meno complicata e buia l’esistenza degli «ultimi». Dei malati di mente. Nella breve nota con cui ieri l’ufficio stampa di via Ravona ha reso noto il pensionamento del primario lariano, la carriera di Claudio Cetti è riassunta ovviamente in poche righe. Anche quelle, però, alquanto significative.

«Al Sant’Anna dalla fine del 1993, Cetti ha lavorato prima all’ospedale di Menaggio e nei servizi psichiatrici di diagnosi e cura degli ospedali di Vimercate e Garbagnate. Durante la sua lunga carriera si è sempre impegnato per promuovere progetti innovativi nell’ambito della salute mentale che hanno fatto della psichiatria comasca un modello di riferimento regionale e nazionale e per combattere lo stigma nei confronti dei pazienti con disagio psichico, ai quali ha dedicato una vita di studi e cure nonchè l’ideazione di numerose iniziative d’inclusione sociale».

Due le parole chiave: stigma e inclusione. «Questi 40 anni sono volati via e nello stesso tempo si sono consumati lentamente con entusiasmo e momenti di grande frustrazione – spiega Cetti – In particolare quando mi sono reso conto della difficoltà di abbattere il pregiudizio, lo stigma verso i problemi psichiatrici. Il messaggio che voglio rilanciare in questo momento è lo stesso per il quale mi sono sempre battuto: non bisogna avere timore né vergogna del proprio disagio. Si deve invece convivere con le proprie fragilità». I “matti”, come li chiama in una splendida canzone Francesco De Gregori, hanno «qualcosa di speciale. Così come ciascuno di noi. Il disagio delle persone non è soltanto devianza e malattia ma qualcosa che va ascoltato – dice ancora Cetti – non siamo fatti di ferro, occupandoci degli ultimi miglioriamo anche noi stessi».

Il primario che da domani sarà in pensione – «ma continuerò a lavorare ai tanti progetti avviati», dice – paragona i suoi «straordinari» pazienti ai «libri. Ho imparato da loro moltissimo, Così come dal contatto quotidiano con i colleghi». Del tempo speso in reparto «mi mancheranno tante cose – aggiunge Cetti – dovrò imparare a gestire qualche vuoto, a stare fuori da un sistema che mi includeva. Per natura sono molto disordinato e il lavoro mi ha scandito le giornate. Non avrò nostalgia, invece, della burocratizzazione e delle scartoffie». Il medico comasco lancia un ultimo richiamo alla società, «nel suo complesso. La psichiatria si è integrata e c’è molta più attenzione di un tempo, ma non si deve dare nulla per scontato. È fondamentale che la gente non si giri dall’altra parte di fronte a uno dei grandi problemi della contemporaneità».

Dario Campione

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