Bellagio, una meta da Nobel

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di Lorenzo Morandotti

La poetessa americana Louise Glück, recente vincitrice del Premio Nobel per la Letteratura (i suoi versi in traduzione italiana sono pubblicati dal Saggiatore), è stata intervistata da Luca Mastrantonio sull’ultimo numero di Sette, il settimanale del Corriere della Sera.

Un ampio servizio in cui la scrittrice, nata nel 1943 a New York da una famiglia di immigrati ebrei ungheresi,  parla di sé e del suo “mestiere” di autrice in versi, ma anche della situazione del mondo e  getta semi di speranza per guardare oltre la crisi.

L’articolo si è meritato giustamente il ruolo di cover story del periodico edito da Rcs.

 Non è mancata una domanda sul nostro Paese nell’intervista Louise Glück: «L’arte ci salverà dalla catastrofe della pandemia» che ora si può leggere anche sul sito del quotidiano di via Solferino.

«È mai stata in Italia?»  chiede a Louise Glück l’autore dell’articolo.

La risposta: «Un paio di volte. Prima dei miei 30 anni, a Bellagio, alla fondazione Rockefeller. Poi ho passato una settimana a Todi, da amici».

«Bellagio». Una parola, una chiave che evoca destini, apre mondi nell’immaginario e non solo legati a questo nostro territorio visto che anche per gli americani, complice Las Vegas e l’omonimo grand hotel fondato da Steve Wynn, Bellagio bussa alla  memoria della fantasia  cinematografica (vedi il film Ocean’s Eleven – Fate il vostro gioco). Senza contare che Bellagio è ormai un brand: si chiama così anche  un giradischi costosissimo.

 Già il presidente Usa John Fitzgerald Kennedy, quando visitò la “perla del Lario” l’anno prima della sua tragica e ancora misteriosa morte, ebbe parole entusiaste per il nostro territorio   e per la località che unisce idealmente i rami comasco e lecchese del Lario.  La fondazione Rockefeller in particolare è un punto di riferimento per la cultura  letteraria e non solo. Giusto dieci anni or sono vi ebbe luogo  il convegno del Pen Club presieduto da Sebastiano Grasso del Corriere della Sera sugli scrittori perseguitati.

Il sodalizio riunisce poeti, narratori e saggisti dei cinque continenti. Il summit di Bellagio  ospitò tra gli altri interventi di Visar Zhiti (Albania), del poeta milanese Maurizio Cucchi, dello scrittore e giornalista Mimmo Càndito e di Fawzia Assad (Egitto), presentata da Franca Tiberto (allora presidente del Pen Svizzera).  Intervennero anche  Julia Dobrovolskaja (Russia), Grigorij Pas’ko (Russia) e Andrea Riscassi  per il nostro Paese.

Un appuntamento importante per il Pen che alla Rockefeller celebrò  i cinquant’anni del comitato “Writers in prison”: riflettori accesi sullo scrittore che è testimone spesso scomodo e controcorrente, antisistema, portatore di un punto di vista non convenzionale  e come tale passibile purtroppo ancora oggi di persecuzioni intollerabili. Toccante  – lo ricordo perché allora ero presente alla Rockefeller come cronista del Corriere di Como  –  fu in quel consesso   la testimonianza del celebre fotografo di Bagheria  Ferdinando Scianna  (il cui nome è legato anche allo scrittore Leonardo Sciascia di cui celebriamo il centenario della nascita) a proposito di quest’epoca ammalata di voyeurismo mediatico. «Non tutte le immagini si possono pubblicare – dichiarò al nostro giornale  – non si può trasformare in fotografia ogni pulsione umana, occorrono equilibrio e decenza. Ce lo ha insegnato Robert Capa che si rifiutò alla fine della guerra di fotografare i campi di sterminio».

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