Cronaca

Bellinzona ha versato ieri all’Italia 23,74 milioni di euro

E intanto esplode il dibattito sull’aliquota fiscale che sarà applicata ai depositi italiani
La guerra fredda tra Italia e Svizzera ha conosciuto finalmente una pausa. Ieri la Confederazione ha materialmente versato a Roma i ristorni bloccati a giugno. Al netto degli interessi (lo 0,5%, pari a circa 120mila franchi), l’Italia ha incassato 28,542 milioni di franchi, ovvero 23,795 milioni di euro.
Per il prossimo 24 maggio è fissato l’avvio del tavolo di confronto tra governi nazionali sulla doppia imposizione fiscale. Mario Monti sembra aver accolto l’ipotesi di assicurare alla
Svizzera il lasciapassare per il segreto bancario. L’ok all’accordo cosiddetto “Rubik” permetterebbe al Tesoro italiano di incassare ogni anno alcuni miliardi di euro provenienti dalle banche svizzere. E alle stesse di non temere più l’incursione del fisco italiano nei propri sancta sanctorum.
Tutto risolto, quindi? Non proprio. Intanto perché l’intesa è tutta da scrivere e poi perché sono iniziate subito le discussioni sull’aliquota che gli istituti di credito svizzeri dovrebbero pagare all’Italia come sostituti d’imposta.
Il leader della Lega dei Ticinesi, Giuliano Bignasca, contrario allo sblocco dei ristorni, ieri è tornato a tuonare con i suoi diktat. «Si può concedere all’Italia un’aliquota una tantum che non supererà l’8-9% con l’11-12% sugli interessi che la Svizzera si impegnerà a versare. Oltre non si può andare con un Paese ormai fallito».
Tradotto: secondo Bignasca, le tasse sugli interessi maturati dai depositi italiani in Svizzera che la Confederazione dovrebbe versare all’Italia non dovrebbero superare il 12% annuo. La posizione della Lega è isolata. Gabriele Pinoja, presidente dell’Udc del Canton Ticino (il partito conservatore alleato della stessa Lega), lancia ad esempio l’ipotesi 30%. «Per il cliente italiano rappresenterebbe un grandissimo vantaggio», ha detto ieri Pinoja riferendosi in particolar modo al fatto che un accordo “Rubik” garantirebbe il pieno anonimato di chi deposita i soldi all’estero.
I vertici dell’Associazione delle Banche del Ticino (Abt) spingono anch’essi per una tassazione degli interessi non superiore al 12%. Franco Citterio, direttore dell’Abt, ha manifestato forte preoccupazione su una possibile «fuga» dei capitali italiani dal Ticino. Anche se con il governo Monti la tassazione delle rendite finanziarie è salita al 20%, a parere di Citterio chi ha depositato il proprio denaro nella piazza finanziaria di Lugano non accetterebbe un carico fiscale troppo elevato. «Oltre la cifra del 12% – ha detto Citterio in alcune interviste rilasciate ai giornali svizzeri – il cliente italiano, essendo poco abituato a imposizioni con percentuali più elevate, se ne andrebbe».
Insomma, mentre la politica si chiede se sia stato giusto o meno sbloccare i ristorni, il mondo della finanza – molto più pragmaticamente – comincia a far di conto ed esercita la pressione dovuta sulle autorità federali affinché l’intesa con l’Italia sia vantaggiosa da tutti i punti di vista possibili.
Nel frattempo, il leader della Lega dei Ticinesi, Giuliano Bignasca, continua a imperversare con le sue invettive, infastidito e chiaramente imbarazzato dalla decisione assunta dal governo di Bellinzona, dove due consiglieri di Stato leghisti lo hanno sostanzialmente smentito decidendo di sbloccare i ristorni congelati a giugno.
«Adesso l’Italia deve togliere la Svizzera dalla black list e firmare subito l’accordo sulla doppia imposizione», ha ripetuto ancora ieri. Ma l’arma del ricatto, ormai, è del tutto spuntata.

Dario Campione

Nella foto:
La piazza finanziaria ticinese comincia a fare i conti con l’ipotesi di tassazione delle rendite
11 Mag 2012

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