Beni voluttuari e degenerazioni. Tra padri e figli è una bella gara

Parole come pietre
di MARCO GUGGIARI

Benedetta l’attesa, per chi la accetta e le dà valore. Per chi le attribuisce un lusso morale. Benedetta la giusta misura rispetto ai beni voluttuari, quelli che non servono, ma divertono e, a volte, fanno status symbol. Benedetta perché la loro immediatezza e la loro opulenza, rischiano invece di maledire la vita.
Si rischiano salve di fischi a dire così, ma è la pura e scomoda verità. E in tutto questo non c’è nulla di pauperistico. Semplice salute mentale, invece.
Non bastavano

infatti gli allarmi lanciati a più riprese dalle associazioni a tutela dei consumatori, che snocciolano dati sulla diffusa tendenza a indebitarsi per acquistare questo o quello strumento elettronico di ultima generazione, di ultra-design, di super-dettaglio tecnologico. È il modo degli adulti, anche comaschi, di finire nei guai pur di appagarsi e di essere à la page.
Adesso si aggiunge la realtà svelata sul nostro giornale nei giorni scorsi da don Gino Rigoldi, cappellano del carcere minorile “Beccaria”, quello al quale tutti abbiamo fatto minacciosamente riferimento almeno una volta con i nostri figli, consapevoli che fosse un paradosso irrealistico, eppure efficace, come spauracchio per azioni ritenute sbagliate.
Don Gino racconta che in quel luogo di pena arrivano trecento ragazzi minorenni all’anno, anche comaschi, che hanno minacciato, picchiato e rapinato altri coetanei per spogliarli di cellulari, iPod, smartphone e altre diavolerie del genere. Adulti in un modo; ragazzi in un altro. Due facce della stessa medaglia. Violenta, ma forse non più irresponsabile, quella giovanile, perché i padri hanno famiglie a carico, i figli no.

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