Cronaca

Benvenuti nel quartiere degradato

Ponte Chiasso 3 maggio 2008, la chiesa parrocchialePonte Chiasso Dopo lo studio dell’immobiliare Gabetti
Il parroco: «La politica deve decidere cosa vuole fare»
La facciata della chiesa. Le aree ex Lechler ed ex Albarelli. I problemi di via Vela. Se si volesse fare una graduatoria di edifici e zone simbolo del degrado del quartiere di Ponte Chiasso, questo, senza timore di smentita, potrebbe essere indicato come il podio della poco invidiabile graduatoria. Nella lista non mancherebbero poi situazioni meno eclatanti, ma fondamentali per la qualità della vita dei residenti, dalla assoluta mancanza di luoghi di aggregazione alla totale incuria di strade, marciapiedi, giardini pubblici.
Uno studio dell’immobiliare Gabetti pubblicato nei giorni scorsi ha

  indicato Ponte Chiasso come «un quartiere degradato, con un tessuto urbano congestionato e anonimo», descrizione che si traduce in una valutazione degli immobili che risulta essere la più bassa in assoluto nel capoluogo lariano.
E visto che l’apparenza, qualche volta, non inganna affatto, è sufficiente osservare il pessimo stato di manutenzione dell’aiuola che segna l’inizio del territorio italiano – arrivando dalla Svizzera – per rendersi conto di cosa lo studio intenda dire parlando di «quartiere degradato».
Ma l’immagine più significativa, in negativo, si presenta qualche metro più avanti, con la disadorna facciata della chiesa. «Gli amici che vengono da fuori – mormora una donna da sempre residente a Ponte Chiasso – mi chiedono se si tratti di un residuato bellico».
Restando nei pressi della dogana, sono facilmente individuabili gli altri simboli del degrado e dell’abbandono del quartiere. Da un lato della strada, una palizzata scura delimita l’area ex Lechler, che sfocia poi nella ex Albarelli, zone un tempo industriali, dismesse da tempo e completamente abbandonate.
«Negli anni sono state fatte non so quante promesse di riqualificazione e rilancio di queste aree – dice l’edicolante Bruno Migliavada – Di concreto però non abbiamo visto mai nulla. Qualcosa di positivo è stato fatto perché è stato finalmente risolto il problema dell’ex distributore Agip, ma per il resto non si muove nulla. E dire che Ponte Chiasso è il biglietto da visita dell’Italia per le persone provenienti dalla Svizzera e dal Nord Europa».
Solo leggermente più defilata, sull’altro versante della strada c’è via Vela, dove nel 2008 un incendio aveva portato allo sfollamento di una quarantina di persone, in gran parte immigrati. «Ci sono i macro-problemi concentrati in particolare nelle aree dismesse così come nel pessimo stato della chiesa – dice Lietta Moscatelli, da una vita residente nella zona – Poi dobbiamo fare i conti con le difficoltà quotidiane, le buche nelle strade, i marciapiedi inadeguati, la mancanza di servizi, l’assenza di centri di aggregazione».
Per i giovani sostanzialmente non esiste nulla. Per adulti e anziani, il punto di riferimento è l’Associazione Naja in Congedo, un circolo ricreativo che conta circa 250 soci. «Non tutti frequentano sempre, ma quando organizziamo tombolate, feste o eventi particolari facciamo il pienone», assicura il presidente, Angelo Giardina.
«Certo – ammette Giardina – il quartiere nel suo complesso non dà una bella immagine di sé. E basta passare il confine per accorgersi della differenza. Qualcosa è stato fatto, a partire dalla riqualificazione dell’ex Agip, ma c’è ancora molto da lavorare, dalle piccole cose, come la pulizia delle strade, ai grandi interventi quali il recupero delle aree dismesse».
Don Carlo Puricelli, parroco di Ponte Chiasso, pur ammettendo i problemi respinge l’immagine di un quartiere degradato. «Sono stato dieci anni ad Albate – dice – e non ho l’impressione che qui ci sia un degrado maggiore o diverso. Credo sia più un luogo comune, Ponte Chiasso per la sua storia viene identificata come un esempio di degrado che non corrisponde alla realtà dei fatti».
Il pessimo stato della chiesa, secondo il parroco, non è imputabile al degrado. «Il problema – dice don Carlo – è stato causato da errori nella costruzione e gestione del cantiere, da lavori fatti non a regola d’arte che ora pongono radicalmente l’alternativa tra l’abbattimento o l’ennesimo tentativo di rattoppare ciò che non appare rattoppabile».
Negli ultimi anni, il quartiere si è spopolato. «C’è stato un progressivo abbandono da parte di cittadini italiani egregiamente sostituti però dagli stranieri», sottolinea il parroco. In oltre un anno e mezzo di servizio in parrocchia, don Carlo non ha celebrato neppure un matrimonio. «Sono dati reali, non ci sono giovani – ammette il sacerdote – e i battesimi celebrati sono stati in gran parte di figli di immigrati. Credo comunque che si debba investire sul capitale umano che non manca. I cittadini di Ponte Chiasso sono certamente confusi, impauriti e in difficoltà economiche, ma non diversamente da quanto lo siano i residenti delle altre zone della nostra città».

Nella foto:
Un’immagine della chiesa di Ponte Chiasso, il cui spazio antistante è intitolato al parroco ucciso da un immigrato (Mv)
5 marzo 2010

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