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«Bisogna rompere la gabbia della solitudine»

Le parole di monsignor ColettiIl prelato comasco cita Shakespeare: «Essere soli è come non essere nessuno»«Non vi nascondo l’imbarazzo con cui prendo la parola, dopo tutto ciò che ho sentito. Si fa presto a parlare. Ma l’esserci ascoltati è stato l’aspetto più bello. Ho ascoltato parole semplicemente splendide».Monsignor Diego Coletti è intervenuto ieri mattina, a Villa Gallia, al termine dell’incontro con una quindicina di malati di Sla. Accanto a lui, i rappresentanti del mondo della scienza, della medicina e dell’associazionismo comasco: oltre al dottor Antonio Paddeu, hanno

partecipato infatti il direttore dell’unità operativa di Neurologia dell’ospedale Sant’Anna di Como, Marco Arnaboldi, e Maria Federica Magatti, dirigente del reparto di Anestesia e rianimazione 1. Insieme con loro anche Viviana Tombolillo, referente lariana dell’Aisla, l’associazione nazionale che si occupa dei malati di sclerosi.E, di fronte a monsignor Coletti, i malati. Alcuni di loro stesi su una barella, altri in sedia a rotelle. Altri, cui la sclerosi è stata diagnosticata recentemente, ancora in grado di muoversi in autonomia.«Dobbiamo porci una duplice domanda – ha detto il porporato – La prima riguarda che cos’è per noi la vita. Nella società occidentale, infatti, la vita è spinta in modo inevitabile verso la funzione. Se non fai, se non produci, allora non sei, non esisti. Il valore della vita, invece, non è la sua funzione, ma il suo senso. La seconda domanda – ha proseguito Coletti – riguarda il significato della persona. Nelle testimonianze ho avvertito una deriva pericolosa: la solitudine. Questa può essere intesa come la morte della prossimità. “Essere soli è come non essere nessuno”: così diceva Shakespeare».Tra le numerose storie che il vescovo ha ascoltato, quella della madre di un ragazzo di nome Emanuele. «Sono io la più arrabbiata della famiglia – ha affermato la donna – Lui, mio figlio, è sereno. Ma, purtroppo, suo padre ha avuto un aneurisma e lo abbiamo perso».Poi anche storie di disperazione e solitudine. Un volontario ha raccontato quella di una donna malata di Sla; suo figlio è morto a 38 anni, di infarto. Oggi la donna trascorre i suoi giorni in una residenza, fissando lo schermo di una tv. «Dobbiamo scoprire il valore del dare e ricevere affetto – ha aggiunto monsignor Coletti – È forte la tentazione di chiudersi nel proprio guscio, ma in questo modo si muore. Bisogna evitare due atteggiamenti catastrofici: il primo è la rassegnazione, che paralizza ed è più pericola della malattia stessa. E poi la ribellione, quando diventa sterile e autodistruttiva».Coletti ha espresso alcune indicazioni per affrontare una prova così difficile come la sclerosi.«Vi invito a superare il muro dell’omertà e della vergogna – ha concluso il vescovo – a rompere la gabbia della solitudine. Vi invito a scoprire il valore del darsi tempo, perché oggi non abbiamo più la libertà di dire a una persona: “Sono qui con te, perché voglio farti stare bene”».

Marco Proserpio

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