Bisturi in sala parto. Il Lario non “esagera”

In tutti i nosocomi della provincia il cesareo è un’eccezione. Caso limite registrato in una struttura di Napoli: 86,46%
L’eccessivo ricorso al bisturi in sala parto, indicato dagli esperti come «epidemia italiana», non è un problema comasco. Negli ospedali lariani, i cesarei sono un’eccezione. O, quantomeno, non esiste alcun tipo di abuso. Un elemento che accomuna tutti i reparti maternità: Sant’Anna, Valduce, Fatebenefratelli di Erba, Sant’Antonio Abate di Cantù e Moriggia Pelascini di Gravedona.
La fotografia scattata dalla Guida salute pubblicata da “Focus” in questo senso è chiarissima. Il dato
preso in esame è relativo al numero di donne che hanno partorito per la prima volta nel 2010 in un ospedale italiano. Le strutture prese in considerazione sono quelle con oltre 150 ricoveri per parto. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, «l’incidenza dei cesarei è uno degli indicatori più importanti della salute riproduttiva. I cesarei – sempre stando ai parametri dell’Oms – non dovrebbero superare il 10-15% del totale dei parti».
Nel 2010, in provincia di Como, in questo senso il risultato migliore è quello del Fatebenefratelli di Erba, con 864 donne al primo parto e un rischio aggiustato – che tiene conto cioè delle caratteristiche della paziente e della complessità del caso – pari all’8,54%. Si è attestata al 9,70%, invece, la quota di ricorsi al bisturi tra le 1.320 future mamme al primo figlio assistite al Sant’Anna. Percentuali più elevate, comunque ben al di sotto della media, anche a Cantù: 14,04% di cesarei tra le 494 neomamme al primo parto. Dato più basso rispetto al trend italiano poi al Valduce dove, a fronte di 1.052 donne in attesa del primo figlio assistite, il ricorso al bisturi è stato del 21,79%. Fa eccezione nel panorama comasco solo il presidio di Gravedona, che registra un dato in media con la situazione nazionale, con una quota di cesarei del 25,97% su un totale di 179 mamme al primo parto.
Qualche esempio per dare un’idea della situazione generale italiana. Il dato medio dei ricorsi al cesareo al primo parto è stato nel 2010 di 28,34%. In Piemonte, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Toscana e Umbria non c’è alcun ospedale che abbia fatto registrare una quota di cesarei superiore alla media. In Lombardia, il dato è stato maggiore di 28,34% in una decina di casi, in un solo caso invece in Veneto ed Emilia Romagna. Passando alle regioni del sud invece cresce in modo esponenziale il numero di “bollini rossi”, con ospedali che superano ampiamente quota 50% di cesarei. In una struttura privata di Napoli ad esempio, su 590 donne al primo parto, l’86,46% è stata sottoposta al cesareo.
La situazione generale comasca non è certo una sorpresa, perché da tempo è una costante per i principali ospedali lariani il trend dei tagli cesarei inferiore alla media nazionale. Nel 2011, a fronte di un totale di 1.858 parti avvenuti al Sant’Anna, il ricorso al bisturi è stato complessivamente del 23%. «Il dato tiene conto anche delle situazioni complesse – sottolinea il primario di ostetricia e ginecologia di via Ravona, Renato Maggi – dei parti gemellari e della donne con patologie o problematiche varie. La percentuale di cesarei resta comunque ben al di sotto della media italiana».
Sempre nel 2011, all’ospedale Valduce il ricorso al bisturi per la nascita di un bebè è stato del 21,6%. «Il cesareo rappresenta comunque un intervento chirurgico – dice Stefano Norchi, responsabile dell’unità operativa di ostetricia di via Dante – Il rischio di mortalità materna è quattro volte superiore rispetto a quello delle donne che partoriscono naturalmente. I rischi possono quindi superare i benefici e i dati rilevati su scala nazionale mostrano una diffusa mancanza di appropriatezza degli interventi, legata alla formazione degli operatori, alle condizioni organizzative e al dilagare della medicina difensiva».
«È tempo ormai di stimolare una riflessione – aggiunge Nerchi – Il paziente e il medico devono poter fare scelte serene e consapevoli. Un esempio è il taglio cesareo a richiesta come modalità di nascita alternativa, nella falsa illusione dell’azzeramento dei rischi legati al parto».

Anna Campaniello

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