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Boom di frontalieri, sfiorata quota 60mila

prima 26 11 2013Economia e lavoro Gli industriali: «È una manodopera per noi necessaria»

Due anni fa, nei primi giorni di dicembre 2011, i giornali ticinesi titolavano sulla «carica dei 51mila». Frontalieri, ovviamente. Il numero crescente di lavoratori italiani nel Cantone sembrava cogliere di sorpresa e metteva in moto una discussione molto serrata sulle necessarie contromisure a quella che veniva definita – soprattutto dai partiti più conservatori – come una vera e propria invasione.
Due anni dopo, quel dibattito è assolutamente superato dai fatti, fino a diventare persino  surreale. Ieri mattina, l’Ufficio federale di Statistica di Berna ha infatti diffuso i numeri relativi al mercato del lavoro nella Confederazione nel terzo trimestre del 2013. 

I frontalieri italiani in Canton Ticino, al 30 settembre di quest’anno, erano 59.309. Quasi 10mila in più rispetto a due anni fa. Si avvicina a grandi passi un’altra soglia psicologica: quota 60mila.
Oltre la quale, c’è da scommetterci, si aprirà una nuova discussione in tutto somigliante a uno psicodramma collettivo.
Sì, perché ogniqualvolta in Ticino si affronta la questione della forza lavoro proveniente da oltreconfine, si innescano in modo quasi involontario meccanismi assolutamente ripetitivi.
La destra (Lega e UDC in particolare) invoca un freno o chiede addirittura di innalzare un “muro” (più o meno metaforico, più o meno solido) alla dogana.
La sinistra si interroga invece sugli effetti della massiccia presenza di lavoratori stranieri soprattutto nelle fabbriche e chiede verifiche sul dumping salariale innescato da una manodopera impiegata a minore costo.
Mentre gli industriali spiegano che il valore aggiunto derivante dalla stessa manodopera è assolutamente irrinunciabile e spiegano, tra lo scetticismo generale, che senza frontalieri il Ticino non potrebbe andare avanti.
Più o meno lo scenario che si è presentato ieri alla notizia della crescita del numero dei frontalieri, in un solo trimestre, di ben 700 unità: dai 58.632 registrati alla fine di giugno 2013 agli oltre 59.300 di settembre. Numeri che, peraltro, si inseriscono in un quadro generale – quello del mercato del lavoro confederato – che indica una crescita complessiva dell’occupazione da un trimestre all’altro di oltre un punto percentuale (1,2%, per l’esattezza), con l’industria in leggero calo (-0,3%) e in terziario e servizi invece in forte progressione (+1,7%).
Il Ticino, nel quadro della Svizzera, non è in controtendenza. Sebbene con numeri leggermente inferiori ad altri Cantoni, anche la regione svizzera di lingua italiana nel terzo trimestre dell’anno ha fatto segnare un incremento dell’occupazione (+0,7% nel solo settore industriale), a testimoniare il fatto che l’ascesa irrefrenabile dei frontalieri non va a discapito della manodopera locale.
Intervistato ieri dal portale LiberaTv.ch, il direttore degli industriali ticinese Stefano Modenini ha sottolineato come il numero dei frontalieri nell’industria sia rimasto sostanzialmente stabile. E ha ripetuto, a vantaggio soprattutto di chi insiste nel presentare la questione dal lato negativo, come il settore secondario del Cantone di lingua italiana abbia «assolutamente bisogno della forza lavoro frontaliera. Sta alle autorità e all’economia vigilare per evitare situazioni di dumping».
Insomma, gli industriali non hanno alcuna intenzione di rinunciare a una manodopera che costa in media un terzo in meno di quella indigena.
Restano sul tavolo i numeri. I quali, al di là di analisi dettagliate – che pure avrebbero ragione di essere compiute – dimostra in modo assolutamente incontrovertibile una cosa: in tempi di crisi durissima, quali stiamo vivendo, il territorio lariano ha nella Svizzera un polmone d’ossigeno che funziona a pieno regime.

Da. C.

Nella foto:
La prima pagina del Corriere di Como in edicola martedì 26 novembre
26 Novembre 2013

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