Ca’ d’Industria, la verità di Frisoni. «L’appalto mensa è in mano ai legali. Il bilancio della Fondazione preoccupa»

Il neopresidente: «Lasciti azzerati, la situazione è difficile»
Misurato come sempre, il neopresidente della Ca’ d’Industria, Paolo Frisoni, minimizza e dice di «non sapere se era così anche prima del mio arrivo». In realtà sa benissimo che non è eccessivo definire tour de force la serie infinita di riunioni del nuovo consiglio di amministrazione (sono previste tre sedute già alla ripresa di gennaio) alle quali si sommano e si sommeranno una lunga serie di incontri informali con i consiglieri, i sindacati e i dipendenti dell’istituto geriatrico. D’altronde

, dopo due anni di buriana continua, culminati con l’azzeramento del vecchio board presieduto da Domenico Pellegrino, di lavoro da fare ce n’è molto. A partire, manco a dirlo, dall’appalto al centro di tutto. Quello datato 2010 con cui il servizio mensa della Ca’ d’Industria venne esternalizzato e affidato all’azienda Fms. Ma lo stesso minato all’origine dal clamoroso errore compiuto dal management della Ca’ d’Industria che conteggiò 182mila pasti annui da pagare ai privati al posto dei 146 che sarebbero stati necessari. Il tutto con gli esorbitanti costi maggiorati a carico della Fondazione che hanno contribuito non poco agli oltre 600mila euro di passivo 2010 per le casse dell’istituto.
«Inutile nascondersi – confida Frisoni – Ho passato diverso tempo a guardare le carte di quell’appalto, e soprattutto mi sono e, come cda, ci siamo confrontati con i legali già incaricati dal commissario che ha gestito la fase di transizione tra il vecchio board e la nostra nomina. La situazione è seria e difficile». Anche perché sarebbe emerso che l’accordo con Fms annunciato prima dell’addio da Pellegrino per ridurre di comune accordo il numero dei pasti da pagare si sarebbe rivelato poco più che nullo.
«Purtroppo è così – conferma il presidente della Fondazione – Di quell’intesa non è rimasto niente. Ora, noi abbiamo due tipi di problemi. Uno è di carattere penale, e riguarda la magistratura, per cui noi possiamo soltanto attendere gli sviluppi. L’altro, invece, ci tocca direttamente ed è l’assoluta necessità di rivedere quel contratto». Impresa che però, essendo il documento siglato e in vigore a tutti gli effetti, non è affatto scontata. «Infatti seguiamo le vie legali – sottolinea Frisoni – Anche perché da un lato non dobbiamo mettere la Ca’ d’Industria nella condizione, magari, di doveri rifondere danni a qualcuno (la Fms, ndr) in caso di azioni avventate. Dall’altro, però, dobbiamo sicuramente arrivare a pagare il giusto numero di pasti annui». E di conseguenza, risparmiare una cifra oscillante tra i 350 e i 250mila euro all’anno. Non proprio briciole.
«Tutt’altro – osserva Frisoni – anche perché la situazione di bilancio, al momento, è una delle mie preoccupazioni maggiori. Nel 2010 il rosso è stato di oltre 600mila euro, pur considerando la voce di mezzo milioni di ammortamenti. Ma dobbiamo arrivare al pareggio, anche se pure nel 2011 non ce la faremo». Impossibile non chiedere al neopresidente un giudizio sull’appalto ereditato dalla precedente gestione. «Giudicare è difficile, l’esternalizzazione della mensa è una scelta che venne fatta in determinate condizioni e in un momento preciso – afferma Frisoni – Molte strutture hanno preso questa strada, non mi scandalizza per niente. Diverso è valutarne l’efficacia: questo è il tema».
Da escludere, però, un aumento delle rette a carico degli anziani e delle loro famiglie.
«La situazione economica generale è troppo difficile, non possiamo infierire anche noi – afferma il presidente della Fondazione – Adegueremo le cifre soltanto all’inflazione, niente di più. Poi valuteremo come ottenere maggiori risparmi, mentre sul fronte della vendita del patrimonio dico già che non possiamo praticamente nulla». La speranza, un tempo, era nei generosi lasciti dei comaschi. Ma l’effetto delle polemiche e i tempi di crisi hanno spazzato via la consuetudine che ha fatto grande la Ca’ d’Industria.
«Lasciti e donazioni – dice Frisoni – per quanto mi risulta finora sono azzerati».

Emanuele Caso

Nella foto:
La sede della Ca’ d’Industria di Rebbio, dove è stato realizzato il centro cottura per la mensa della Fondazione

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