Calcio Como, la squadra ceduta per meno di 2 milioni. La decisione di vendere presa l’estate scorsa

Roberto Felleca e Massimo Nicastro

«L’ho sempre detto: io, il Como, non l’avrei lasciato. Il nostro percorso era fluido, stavamo raggiungendo i nostri obiettivi». La voce di Roberto Felleca è segnata, come sempre, da un sottofondo ventoso e da un vociare tipico del pallone. Un campo di calcio in Sardegna.
Il giorno dopo la cessione del Como alla Sent Entertainment Limited di Robert Budi Hartono, i sentimenti di Felleca sono constrastanti. Da un lato, dice, «so di aver agito per il bene della squadra, perché abbiamo venduto a un gruppo che tutti indicano come solidissimo». Dall’altro lato non nasconde la delusione. Soltanto in parte mitigata dal fatto che «sino alla fine della stagione la direzione tecnica resta nelle nostre mani. È l’unica condizione che ho posto».
È durata meno di due anni l’avventura comasca di Felleca e soci. Il 26 luglio 2017, nella sede della Canottieri Lario, a dieci metri dallo stadio, la grande promessa di rilancio del Como, appena uscito da un altro dolorosissimo fallimento. Oggi l’addio, dopo due campionati tra i dilettanti giocati comunque nelle posizioni di vertice.
Dopo i primi mesi vissuti con entusiasmo, l’intesa tra Felleca e Massimo Nicastro, l’altro proprietario della squadra, si è incrinata. Sino a rendere impossibile la gestione della società.
«Le vicissitudini di questa estate – ammette ora Felleca – mi hanno spinto a cedere. Se non avessi avuto a cuore il destino del Como non avrei mai venduto». Ma andare avanti così, fa capire, non era più cosa.
I nuovi acquirenti? «Mi dicono che questo gruppo sia forte e solido», conferma l’ormai ex amministratore delegato azzurro. «Ma non chiedetemi che cosa farà. Non lo so». Di certo c’è che il bonifico per l’acquisto delle quote societarie è già arrivato in banca e che il prezzo finale del Como è stato di poco inferiore ai 2 milioni, debiti compresi.
In sostanza, Felleca e Nicastro si sono ripresi quanto hanno speso in questi 20 mesi. «Non è stata sicuramente un’operazione lucrosa, abbiamo pensato al bene del Como».
Ma prima di vendere, vi siete chiesti perché i nuovi padroni hanno voluto comprare? «Dalle informazioni che ho – dice il dirigente sardo – chi ha comprato non fa soltanto calcio ma anche Tv e altro nel mondo della comunicazione. Sono ricchi, e i soldi fanno sempre la differenza. Bisogna però attendere e capire». Per avere successo, si lascia andare Felleca, servono molte cose: «il supporto delle istituzioni, uno stadio nuovo o rinnovato, molti investimenti. Se si guarda la sola parte sportiva, Como non è una piazza adatta per chi vuole investire poco. Bisogna risalire le categorie molto rapidamente, creare una rete di merchandising, risollevare il settore giovanile. Servono capitali».
I biglietti delle «mille persone al campo» o i piccoli sponsor, pure fondamentali, non bastano. «Tra i dilettanti, solo ogni mese si devono pagare 80mila euro di stipendi. E poi provvedere a tutto il resto». Il calcio non è un affare se non riesci a entrare nel giro dei diritti Tv. Se non riesci, cioè, ad arrivare almeno in B. Era questo l’obiettivo di Felleca, naufragato però per le incomprensioni con il socio. E per i costi troppo alti di un calcio senza più anima.

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