Camere di Commercio, la rottamazione divide

altIl caso Il segretario del Pd ha lanciato nel suo “Job Act” l’idea di abolire gli enti territoriali che gestiscono il Registro delle imprese
Contraria la Cgil, possibilista la Cisl. Giuseppe Doria (Uil): «Farlo subito»
Dopo le Province, tocca ora alle Camere di Commercio. Tra gli enti «inutili» finiti nel mirino della politica con le forbici in mano, sono entrati nelle ultime settimane anche i parlamentini dell’economia territoriale. La proposta di abolire le Camere di Commercio è infatti contenuta nel cosiddetto Job Act, documento di riforma in materia di lavoro immaginato dal gruppo che ruota attorno al neosegretario del Partito Democratico, Matteo Renzi.
L’eliminazione con un tratto di penna delle

Camere di Commercio viene considerato dal sindaco di Firenze alla stregua di «un segnale contro le corporazioni». L’idea degli abrogazionisti è semplice: eliminare l’obbligo di iscrizione delle aziende alla Camera di Commercio. In questo modo, agli enti territoriali che oggi hanno come compito primario la tenuta del Registro delle imprese, verrebbe in sostanza a mancare il terreno sotto i piedi. Le funzioni delle Camere di Commercio verrebbero poi assegnate, secondo quanto proposto nel Job Act, ai Comuni o alle Regioni.
A Como, nella sede camerale di via Parini (e nelle sedi sparse sul territorio) lavorano una sessantina di dipendenti. Consiglio e giunta sono in scadenza e dovranno essere rinnovati entro il prossimo autunno.
La proposta del segretario Pd, che ha indossato nuovamente i panni del rottamatore stavolta per mettere fine a qualche «spreco», divide i principali attori dell’economia e del lavoro in provincia.
Decisamente favorevole alla eventualità di una eliminazione definitiva si dice Giuseppe Doria, segretario regionale della Uil e componente del consiglio camerale comasco.
Doria è uno dei pochi, se non l’unico, ad aver giudicato negli ultimi anni in modo severo – e dall’interno della Camera di Commercio – le politiche attuate da via Parini. «Ero e resto molto scettico sull’utilità di questi enti – dice Doria – Il sistema di utilizzo delle risorse economiche a disposizione delle Camere di Commercio risente troppo delle indicazioni delle associazioni d’impresa. Senza dimenticare che un terzo dei bilanci è utilizzato per coprire spese strutturali. Se davvero si volessero utilizzare fondi a sostegno delle aziende, soprattutto in un periodo di crisi, bisognerebbe far transitare le decisioni da un “tavolo” effettivamente rappresentativo del territorio».
Abolizione senza indugi, allora, sulla linea di Renzi.
Una posizione che in parte è condivisa anche dal segretario generale aggiunto della Cisl dei Laghi, Gerardo Larghi.
«Potrei anche dirmi d’accordo con il sindaco di Firenze – dice Larghi – L’importante è che ci sia qualcuno che prosegua le politiche di sostegno alle imprese e al lavoro. Si possono cioè abolire le Camere di Commercio, ma ciò che conta davvero è non cancellare le politiche di sostegno all’economia o trasferirle a enti già oberati da altre competenze».
Contrario alla proposta di Renzi si dice invece Alessandro Tarpini, segretario generale della Cgil di Como.
«Non mi convince molto, la Camera di Commercio è tuttora uno dei pochi luoghi di governo dell’economia. Un luogo in cui è possibile tenere sotto controllo la situazione e in cui si possono fare ragionamenti approfonditi sui temi del lavoro».

Nella foto:
Matteo Renzi propone di abolire le Camere di Commercio

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