Stava lavorando alla sistemazione delle camere di un un grande hotel del Lago di Como, sponda comasca, quando colta da malore, cadde dal pianerottolo finendo sul ballatoio due piani più in basso. La cameriera – straniera – rimase ferita in modo gravissimo, con fratture in tantissime parti del corpo ma anche traumi interni e una prognosi che venne quantificata in 176 giorni. Ora, per quella vicenda che risale al 27 giugno del 2017, si è aperto un processo in tribunale a Como che vede in aula sia l’hotel come responsabile civile, sia otto imputati con ruoli di diverso tipo e diverse responsabilità, dal presidente del consiglio di amministrazione al suo vice, dai consiglieri al dirigente di fatto della struttura e responsabile del servizio di prevenzione e protezione, fino ad arrivare al medico competente che non avrebbe inserito nella cartella della dipendente – parametrando dunque i rischi del lavoro che doveva compiere – che quest’ultima era pure affetta da sclerosi multipla, nonostante lavorasse ai piani e già in passato, nel 2016, avesse accusato un malore molto simile a quello che ha poi provocato la caduta. L’udienza che si è aperta ieri – che ha come persona offesa proprio la cameriera precipitata nel vuoto – è stata poi smistata al mese di gennaio, quando inizieranno a sfilare in aula i primi testimoni. Secondo quanto ha ricostruito la Procura di Como, in un fascicolo curato dal pm Simone Pizzotti, la donna avrebbe iniziato ad accusare il malore mentre si trovava «sul pianerottolo del terzo piano della scala interna», parapetto che tuttavia non aveva una altezza adeguata. Ed è questa una delle contestazioni che viene mossa all’hotel comasco, oltre alla carenza di formazione sui rischi, al mancato adeguamento del documento di valutazione dei rischi e pure alla mancata fornitura di strumenti di protezione individuali come «idonee scarpe antinfortunistiche con la scuola antiscivolo».Secondo la Procura di Como, insomma, non «sarebbero state indicate le misure di sicurezza da adottarsi in relazione alle attività effettivamente svolte dalle “addette ai piani”», con l’assenza anche di «misure e procedure di sicurezza da adottare nei casi in cui una lavoratrice possa accusare sintomi premonitori di un eventuale malore». Il tutto, come detto, all’interno di una struttura in cui il parapetto – per l’accusa – non era stato adeguato in altezza.
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