Cantù è la ‘ndrangheta: «Fanno i bulli, i padroni della piazza. Ma se lo fa un mafioso è pericoloso»
Cronaca

Cantù è la ‘ndrangheta: «Fanno i bulli, i padroni della piazza. Ma se lo fa un mafioso è pericoloso»

«Meglio non farli pagare che rischiare la vita». Soggezione, paura, impotenza. Utilizza queste espressioni il giudice che ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare che ha portato all’arresto di nove comaschi, tre dei quali affiliati alla ’ndrangheta, per descrivere le condizioni dei baristi e commercianti della zona di piazza Garibaldi a Cantù, in balìa degli indagati che, per l’accusa, stavano per scatenare una faida per il “controllo” dei locali della città del mobile.
La guerra di mafia è stata evitata dall’intervento dei carabinieri e della Direzione distrettuale antimafia che, dopo una lunga indagine, con l’operazione “Ignoto 23” hanno arrestato decine di persone, tra le quali appunto nove residenti nella Brianza Comasca e nel Canturino.
Dalle 415 pagine dell’ordinanza emerge in modo evidente come si fosse creato un clima di terrore attorno a piazza Garibaldi. Facendo riferimento a numerose intercettazioni telefoniche che hanno interessato alcuni esercenti, il giudice parla di «atteggiamento violento e prepotente degli indagati». In una conversazione con un dipendente, il titolare di un locale «si palesa terrorizzato, stanco ma soprattutto consapevole di trovarsi di fronte a persone violente e senza scrupolo, in grado di porre in essere ritorsioni estreme». Esasperato, il commerciante dice: «quella piazza lì di m… li devono arrestare sto gruppo qua. Noi non possiamo fare un c… hai capito? Questi arrivano e ti sfondano il locale». Temendo quelle persone, sottolinea il giudice, «non gli rimane altro da fare che far buon viso a cattiva sorte», come dimostrano le parole «meglio non farli pagare che rischiare la vita», pronunciate nella stessa telefonata.
Il fenomeno, precisano gli inquirenti, interessava vari gestori di locali della piazza Garibaldi, «costretti a subire l’arroganza e le imposizioni criminali». «Abbiamo a che fare con una situazione che è ingestibile – emerge da un’altra intercettazione – In tutti i bar che vanno, fanno quel c… che vogliono, quello che vogliono!».
Gli esercenti della zona si confrontano anche per presentarsi in Comune con una proposta per chiedere maggiore controllo e istituire una sorta di vigilanza. «Cioè tu, Comune non è che devi stringere, mi devi dare una mano, mi devi dare delle persone che mi aiutino a lavorare», dice un barista parlando con altri colleghi della proposta. L’ordinanza fa riferimento anche a una telefonata con un amministratore comunale che, preoccupato per la situazione, chiede informazioni a un conoscente titolare di un locale. «Questi fornisce al suo interlocutore un quadro della situazione assolutamente grave, spiegando che si tratta di un fenomeno pericoloso e che queste persone stanno cercando di entrare negli interessi economici della città», è l’analisi del giudice.
In questa telefonata, l’esercente parla del gruppo dei calabresi che semina il terrore e precisa: «È una storia del passato, perché sempre son parenti, questi hanno i parenti e fanno i delinquenti come facevano i loro zii, insomma». «Son delle squadrette di tamarri che vanno in giro a far risse – aggiunge – vanno in giro a fare i tamarri, i bulli di quartiere, dicono la piazza è nostra». «Sai come fanno, a m… capito? Però, se lo fa un mafioso è sempre pericoloso, perchè il cognome non è da ragazzino del branco, hai capito?».
Gli esercenti sembrano aver capito l’obiettivo degli esponenti della ’ndrangheta. Le risse, le minacce, gli episodi di violenza, i tentativi di estorsione fanno parte di una strategia per arrivare ad avere il controllo dei locali. «Questi qua stanno prendendo, stanno cercando di entrare negli interessi economici», dice un commerciante in un’altra delle telefonate intercettate. Aveva ragione. E sono scattate le manette.

28 settembre 2017

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