Capannoni, quest’anno a Como si paga l’1% in meno ma dal 2011 a oggi le tasse sono aumentate del 36%

altSecondo la Cgia di Mestre in media gli imprenditori devono sborsare un migliaio di euro in più
(m.d.) Quest’anno il Comune di Como ha concesso un po’ di respiro, ma dal 2011 a oggi il carico fiscale sui capannoni in città è cresciuto vertiginosamente, con un incremento medio del 36%. Un vero e proprio salasso, che la Cgia di Mestre ha messo nero su bianco in una dettagliata analisi della tassazione dei fabbricati delle imprese nei vari capoluoghi d’Italia. Un intrico di imposte, dall’Ici all’Imu, passando per la Tares e per la nuova Tasi, ha prodotto su scala nazionale un inasprimento

complessivo del prelievo fiscale a carico delle aziende.
Va dato atto che la giunta guidata da Mario Lucini quest’anno ha alleggerito, anche se di poco, gli oneri sui capannoni, proprio per cercare di dare un po’ di ossigeno alle imprese già messe a dura prova dalla crisi. E così, decidendo di mantenere l’aliquota Imu al 7,6 per mille e di azzerare invece la Tasi sui fabbricati produttivi, il Comune di Como ha, secondo i calcoli dell’ufficio studi della Cgia, permesso alle imprese di risparmiare una quarantina di euro rispetto al 2013, con una riduzione dell’1% delle imposte versate.
Fatta questa doverosa premessa, resta il fatto che, stando sempre all’analisi dell’associazione che riunisce gli artigiani e le piccole imprese di Mestre, dal 2011 a oggi a Como si pagano in media quasi mille euro in più di tasse sui capannoni. Per un fabbricato di categoria D1 e con una rendita catastale media, infatti, quest’anno l’onere netto complessivo è pari a 3.708 euro, mentre nel 2013, tra Imu e maggiorazione della Tares (ora confluita nella Tasi), per lo stesso capannone si pagavano 3.749 euro. Il risparmio rispetto allo scorso anno è dunque di 41 euro, ovvero dell’1%. Ma il discorso cambia profondamente se si amplia l’orizzonte di riferimento e si prende in considerazione il 2011, l’ultimo anno in cui era in vigore l’Ici, poi sostituita dall’Imu: rispetto a tre anni fa, oggi si pagano ben 988 euro di tasse in più, con un incremento del 36%.
Nel calcolo, spiegano gli esperti della Cgia, si tiene conto del risparmio fiscale legato al fatto che l’Imu è parzialmente deducibile (per il 20% quest’anno, per il 30% nel 2013) mentre sia la Tasi sia la maggiorazione della Tares (il cui gettito lo scorso anno era destinato allo Stato) sono entrambe totalmente deducibili dal reddito di impresa.
Gli imprenditori di Varese e di Lecco sono messi ancora peggio dei colleghi comaschi. In entrambe le città la pressione fiscale sui capannoni è infatti salita rispetto sia allo scorso anno sia al 2011. A Varese oggi in media si devono sborsare 3.391 euro tra Imu e Tasi contro i 2.943 euro del 2013 (+15%) e i 1.936 del 2011 (+75%), mentre a Lecco si pagano 6.224 euro contro i 5.629 del 2013 (+11%) e i 3.422 euro del 2011 (+82%).
Le troppe tasse che si pagano sugli immobili produttivi fanno ovviamente arrabbiare gli imprenditori e le associazioni che li rappresentano. E nemmeno il fatto che quest’anno a Como le imposte siano calate dell’1% riesce a riportare il sorriso.
«Se la soddisfazione deve essere legata al fatto che quest’anno le tasse non sono aumentate o sono diminuite dell’1% c’è poco da stare allegri – afferma Graziano Brenna, vicepresidente di Unindustria Como e imprenditore alla guida di un gruppo che opera nella nobilitazione tessile – Purtroppo aumenta sempre tutto, dalle tasse all’energia, al gas. Le imposte che gravano complessivamente sulle aziende sono troppo elevate, non si può andare avanti così».
E venendo al forte incremento registrato dalle tasse sui fabbricati produttivi dal 2011 a oggi, in città come nel resto della provincia e in tutta Italia, Brenna puntualizza che «il capannone non è una villa sulla Costa Azzurra, ma un bene strumentale che l’azienda utilizza per le proprie produzioni come usa le macchine e le attrezzature: è incredibile che venga tassato, soprattutto con imposte di entità così elevate».
Sulla stessa lunghezza d’onda Alberto Bergna, direttore della Confederazione nazionale dell’artigianato di Como. «L’immobile per l’impresa è un bene strumentale, pagare tasse così alte disincentiva gli imprenditori, soprattutto in una provincia come la nostra in cui le imprese sono manifatturiere e i laboratori servono per produrre mobili e tessuti. Non si può pensare di recuperare soldi facendo leva sui capannoni e sui laboratori». Ma non solo. Il direttore della Cna comasca ricorda anche che «al governo abbiamo chiesto la piena deducibilità dell’Imu, che adesso non soltanto è parziale, ma addirittura è stata ridotta (era il 30% nel 2013, ora è scesa al 20%, ndr)».
Rispetto agli 80 capoluoghi d’Italia presi in considerazione dalla Cgia di Mestre, la situazione di Como non è tra le peggiori. La città di Volta, infatti, è tra i pochi Comuni che quest’anno hanno ridotto gli oneri complessivi sui capannoni. In termini percentuali, gli incrementi più pesanti rispetto al 2013 si registrano infatti a Pisa (+31% pari a un aumento medio di 791 euro), a Brindisi (+18% con un aggravio di 2.314 euro) e a Treviso (+17% con un rincaro di 321 euro). Le riduzioni maggiori sono invece avvenute a Nuoro (-14%), Modena e Siracusa (-15%).
«Negli ultimi anni – commenta Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia di Mestre – l’incremento della tassazione a livello locale è stato spaventoso. Dalla metà degli anni ’90 a oggi l’impennata è stata del 190%. Per quanto riguarda la tassazione sugli immobili, con l’Imu e, da quanto si è capito finora, anche con la Tasi, i sindaci hanno cercato, nel limite del possibile, di non penalizzare le abitazioni principali a discapito delle seconde case e, in parte, degli immobili a uso strumentale. È bene ribadire che un ulteriore aumento del carico fiscale sugli immobili produttivi e commerciali rischia di mettere fuori mercato molte aziende, soprattutto quelle di piccole dimensioni, che sono sempre più con l’acqua alla gola per la mancanza di liquidità».

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