Cappelletti a tutto jazz

Personaggi – Il pianista di Brunate che insegna a Venezia sarà presto in concerto a New York in un nuovo locale di tendenza
Sta lavorando alacremente a numerosi nuovi progetti il jazzista lariano Arrigo Cappelletti, pianista e compositore originario di Brunate, docente al Conservatorio di Venezia, la cui carriera musicale annovera più di venti album prodotti, alcune pubblicazioni, moltissime partecipazioni a eventi musicali di grande spessore come il Not Still Art Festival di Brooklyn e collaborazioni importanti con gli artisti italiani Gianni Cazzola, Sergio Fanni, Paolo Dalla Porta, Roberto Ottaviano, e gli stranieri Barre Phillips, Lew Daniel Schnyder, Bill Elgart, Olivier Manoury, Ralph Alessi, John Hebert e Jeff Hirshfield. Con gli ultimi due, autentiche star della scena americana, ha inciso due lavori in trio, nel 2005 e nel 2010.
Archiviato il lavoro di riscoperta del repertorio musicale dell’omonimo nonno Arrigo Cappelletti, anch’egli compositore, al quale ha dedicato serate e pubblicazioni in collaborazione con l’associazione Carducci di Como, Arrigo Cappelletti junior porta avanti un lavoro d’intensa ricerca musicale.
A livello locale Cappelletti spera di concludere presto accordi con il Teatro Sociale per esibirsi in occasione dell’estate comasca nel festival diretto dalla presidente dell’As.Li.Co., Barbara Minghetti, per mantenere i rapporti con la terra natia. Ma tra gli appuntamenti in agenda c’è il ritorno a New York, nella terra madre del jazz.
«Ho in calendario – annuncia Arrigo Cappelletti – una doppia performance in quel di Manhattan, al Something Jazz Club, sulla 52ª strada, il 7 e l’8 marzo prossimi. Avrei dovuto riformare per l’occasione il mio trio americano (con John Hebert al contrabbasso e Jeff Hirshfield alla batteria), ma il bassista non ci sarà e così porterò con me per i due appuntamenti live un mio ex studente del Conservatorio di Venezia, Alvise Seggi».
La musica che proporranno a New York comprenderà sicuramente composizioni di Cappelletti ma anche numerosi standard, come richiede l’etichetta dei locali specializzati di jazz.
«Faremo sia incursioni nella mia discografia con le ultime sperimentazioni di free jazz e anche musiche più classiche – prosegue Arrigo Cappelletti – È la prima volta che suono dal vivo a Manhattan, e per me è una grande emozione. Il locale promette bene, è gestito da due giapponesi e ha un bel pianoforte. Avrò più pubblico di quello che ho avuto a Como. E poi sono supportato dalle eccellenti critiche che i due cd incisi con i miei amici americani hanno ottenuto sulle riviste specializzate di jazz. Senza contare che il mio libro sul mio “guru” del pianoforte, il jazzista Paul Bley, ha convinto nell’edizione in inglese i recensori d’oltreoceano. Ho ottenuto consensi ad esempio su “DownBeat Magazine” e sull’edizione Usa di “All about jazz”».
Quali emozioni trasmette suonare e registrare a New York, per un musicista jazz? Cappelletti e i suoi due partner nel locale di Midtown a Manhattan non è escluso incidano qualcosa, nelle due occasioni di marzo. «L’esperienza è stata molto forte per me, soprattutto quando con John Hebert e Jeff Hirshfield nel 2005 abbiamo inciso il primo cd per l’etichetta Music Center, Arrigo Cappelletti trio in New York. A New York senti proprio sulla pelle tutta la storia del jazz che ti pesa addosso. E così mi sono sentito in dovere di fare un omaggio musicale ai grandi del jazz made in Usa, ad esempio al pianista Bill Evans. Insomma, mi sono sentito più “americano” dei miei compagni di viaggio».
In questi giorni parte, con anteprima
 a Como, il festival jazz di Chiasso, che attira moltissimi appassionati anche dal Lario. Che peraltro non mancano di animare le platee degli appuntamenti estivi di cui la vicina Svizzera pullula, a cominciare dallo storico cartellone di Estival Jazz a Lugano. Chiediamo al maestro lariano di fama internazionale, allora, dove va il jazz contemporaneo.
«Dove va? Io sono uno che si muove molto nella direzione della ricerca e quindi da molti anni ormai posso dire che per me è molto opportuno, se non necessario, un recupero di una parola forte, che è “libertà”. Il jazz, anche quello contemporaneo, in altre parole secondo me ha leggermente messo tra parentesi questa dimensione “free”, a favore di altre cose. Penso ad esempio all’etnojazz e alle varie commistioni simili. Cose che tra l’altro ho realizzato anch’io. Altrove, poi, si preferisce sperimentare in direzione di una musica molto strutturata e organizzata. A volte anche troppo. Pure nel jazz più “di ricerca” e quindi apparentemente più “libero” a volte la componente della scrittura è predominante. Penso a Steve Coleman, nelle cui opere c’è sì voglia di improvvisazione, ma su una base di partenza articolata e, appunto, strutturata. Oggi il “free” non gode di buonissima salute e io m’inserisco in questo filone cercando di recuperarne il senso, non come “esplosione di energia” allo stato puro ma in un orizzonte diverso. Cioè verso un orizzonte lirico. In altre parole, per capirci, credo che il jazz oggi debba essere “libero” in quanto “capace di organizzarsi in tempo reale”, nel corso della stessa esecuzione. Non certo a tavolino».
Certe etichette come la Ecm di Manfred Eicher, che predomina il mercato con star del calibro di Keith Jarrett, hanno spesso puntato su commistioni etniche. Cosa ne pensa? «Eicher è estremamente autoritario nelle sue scelte, anzi i dischi a volte sono più attribuibili a lui, in quanto produttore, che agli artisti. Di recente ho partecipato a un libro collettivo in inglese, Jazz in Europe, edito dalla North Eastern University con i contributi di molti studiosi tra cui vari austriaci e tedeschi. Nel mio saggio sottolineo proprio come l’Ecm spesso abbia imposto un ibrido jazz “etnico” invitando artisti, pure eccellenti, a collaborare con artisti “tradizionali” per dare alle incisioni un tocco di esotismo. E nel mio saggio dico proprio che è un’idea di viaggio musicale pari a quella di certi dépliant delle agenzie».
Al di là delle polemiche, e alla luce del successo del libro Paul Bley. La logica del caso sul grande pianista canadese senza il quale il free jazz non esisterebbe, per Cappelletti quali sono i jazzisti di culto con cui vorrebbe suonare? «In primis c’è proprio Paul, specie quello dei suoi trii in cui ha suonato con il bassista Charlie Haden – dice il brunatese – È uno che fa poche note ed è sempre molto meditato e intenso. Punta sul silenzio che diventa una componente strutturale della musica e non solo un alone che crea atmosfera. Poi suonerei volentieri con Steve Lacy e Craig Taborn. E purtroppo non è più tra noi il batterista Paul Motian, con lui avrei suonato volentieri. E poi vorrei far cantare una mia canzone portoghese a Maria João, sono dieci anni che ci provo, anche se ho avuto come interpreti le migliori fadiste. Il suo timbro mi affascina moltissimo. Visto che si parla del festival di Chiasso, vedrei bene per le mie canzoni la Zavalloni».

Lorenzo Morandotti

Nella foto:
Il pianista, compositore e docente lariano Arrigo Cappelletti, che si appresta a suonare negli Usa

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