Cronaca

Carlo Dossi fan manzoniano

Letteratura –  La passione dell’autore lariano per “I Promessi sposi” e per Don Lisander depositario dell’autentico «umore milanese o lombardo»
La casa editrice Interlinea di Novara punta di nuovo su un autore lariano di alto rango. Dopo aver salutato l’arrivo del Natale con le pagine di Piero Chiara selezionate dal critico comasco Federico Roncoroni, propone ai lettori di ripercorrere l’opera di un maestro di fine Ottocento. Lo fa ne Il mio Manzoni di Carlo Dossi, che esce a cura del critico torinese Guido Davico Bonino (pp. 75, 12 euro). Si tratta di una sintesi dell’enorme zibaldone del più grande scapigliato – l’autore morì a

Cardina sopra Como nella sua sontuosa villa, nel 1910 – ossia le Note azzurre recentemente ristampate in edizione economica da Adelphi. Una sintesi tutta dedicata all’arte letteraria di Don Lisander: «I Promessi sposi sono la pietra di paragone d’ogni romanzo che leggo», confessa senza ombra di piaggeria Carlo Dossi in un passo del suo immenso fiume di annotazioni.
«Tacciare di antimanzonismo gli scapigliati lombardi e piemontesi è divenuto un luogo comune», scrive Guido Davico Bonino, e lo dimostra questa selezione dalle Note azzurre di Carlo Dossi, che fu grande ammiratore del Manzoni, che vi è colto nell’intimità e attraverso le sue opere: «Vi ha libri, che per un istante seducono, sia eccitando le nostre passioni, sia mettendo in opra artifici che pajono, a fiore d’occhio, arte – ma se riapri le eterne pagine manzoniane e ne leggi un periodo, la calma ritorna al tuo spirito, la serenità al tuo giudizio».
Alcune chicche: Manzoni come depositario dell’autentico «umore milanese o lombardo oggi quasi irremissibilmente perduto», Manzoni maestro di umorismo e scetticismo, per Dossi, dal momento che «l’umorismo è la letteratura dello scetticismo» e «Manzoni, come ogni grande umorista, è scettico». E ancora, Manzoni profeta che «nacque rivoluzionario. Andò sempre all’opposto della corrente di moda (benché seguente la corrente dei tempi)».
Interlinea crede molto in Dossi, tanto che due anni fa lo ha reso protagonista di un’altra antologia sulla Scapigliatura – movimento di cui nel 2012 si è festeggiato il 150° – dal titolo Natale scapigliato (pp. 171, 11,40 euro). Libro a cura di Giuseppe Iannacconecche si apre proprio con Dossi e con le Goccie d’inchiostro edite nel 1880, che stillano pietas evangelica per chi, povero in canna, è escluso dai banchetti: «In ogni dove, la gola ingegnosa trionfa. Il salumiere par non abbondi che di roba rara (…) Ma, o voi, che avete il pacchetto, non iscordate coloro che non possono averlo: passando, non date solo uno sguardo a que’ poveri bimbi, cui, delle cucine dei ricchi, altro non giova che il fumo: oh fate che nessuno rammenti con astio il dì del Signore; fate che il pane della miseria, almeno oggidì, non sappia troppo di sale!».
Un’altra prosa dossiana antologizzata da Interlinea polemizza contro l’usanza “tedesca” dell’abete, Presepio ed albero: «Vi ricordate, amici, del vecchio presepio? – scrive – Io ritorno colla fantasia a quei giorni della mia infanzia in cui lo si riedificava nella nostra ampia anticamera e lo si inghirlandava di lauro (…) e il mio buon babbo – persona lieta – da uno scatolone che sembrava non dovesse esaurirsi mai, cavava fuori figure e casette di cartone dipinto dai picciuoli di legno, che infilzava nella felpa e nel muschio, incollando poi stelle d’oro sul firmamento di garza celeste e pesciolini d’argento sul mare di vetro verde». In sua vece, però, Dossi denuncia che «sorge l’irsuto e melanconico pino che protende le braccie cenciose, gravi di balocchi tedeschi e di sgraziata chincaglia austrocroata. Tra le due costumanze, quanto più poetica la nostra!».
La solitudine del poeta mentre tutto intorno si festeggia riaffiora poi da un terzo passo tratto dalle Opere dossiane edite da Treves l’anno della morte dello scrittore: «In questo giorno, noi, celibi senza neppure la famiglia degli altri, ci sentiamo come smarriti. Il nostro scettico vanto dei dì precedenti è diventato un rimprovero. Il servo ben tentò di vestire a festa anche per noi questo dì e ci ammanì una tavola più civettuola ed un desinare meno corto del solito». E ancora: «Si direbbe che la città banchetti intorno ad un’unica tavola e al cospetto di un sol focolare», ma a quella tavola «non c’è posto per noi».

Lorenzo Morandotti

Nella foto:
Ritratto dello scrittore comasco di adozione Carlo Dossi.
3 gennaio 2013

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