Cultura e spettacoli

Carmelo Pistillo, quando il romanzo racconta la crisi di un modello economico

Un romanzo complesso, a chiave, che gioca molto sulle simbologie (del denaro e del potere): le scarpe come feticcio e metafora di radici perdute o mutevoli, e poi Virgilio, Don Chisciotte: quali sono i modelli di Un uomo a piedi (Bietti), che Carmelo Pistillo presenterà venerdì 13 (non è superstizioso) alle 21.15 presso la sede del circolo Acarya di via Grandi 21 a Como? Lo chiediamo all’autore.

“Denaro e potere sono due parole legate intimamente tra loro. Sono i due pilastri dell’economia. Se si parla di lavoro, così come accade nel mio romanzo, è inevitabile riferirsi a questi due paradigmi. Nel suo romanzo Le mosche del capitale, Paolo Volponi scrive che l’unico personaggio è il potere. Ma il potere è storicamente sinonimo di denaro. Ne consegue che è  l’equazione potere = denaro ad avere il maggior peso nella storia dell’uomo. Quindi il potere e il danaro non sono soltanto necessità narrative, perché conferiscono, a chi li possiede, un senso di onnipotenza reale. L’impulso di potenza di cui parla sia Adler che Jung, inoltre, si accoppia alla sessualità, un’altra travolgente forza psichica. Ma questo binomio è ben più antico della psicoanalisi, rinvia a due dei principali peccati previsti dalla Chiesa nel Medio Evo: ira e cupiditas, vale a dire avidità e concupiscenza. Queste due passioni dell’antichità oggi si chiamano potere e istinto sessuale e sembrano muovere il mondo. Ma il limite del potere sta nel fatto che è un bene mobile, che si sposta, che non rimane mai fermo nelle stesse mani. Esattamente come il denaro che passa di mano in mano. Il protagonista del libro è un uomo che ha tutto questo ma, a un certo punto viene messo con le spalle al muro dagli squali dell’alta finanza europea. Per la prima volta, lui, che possiamo considerare un uomo d’azione, assiste impotente alla propria disfatta e rovina; e si rifugia nell’eccentricità di un desiderio segreto, un sogno dell’anima: trovare un libro inesistente di Cervantes. La sua battaglia, ora, che sta perdendo tutto, in un certo senso è contro i mulini a vento, perché la sua sorte è stata già decisa da nemici più o meno invisibili. I miei modelli, per rispondere più esattamente alla domanda, sono in un certo senso modelli universali, perché sono simboli che non mutano ma che attraversano la storia dell’umanità e quindi sono in movimento come il potere e il denaro che cambiano continuamente proprietario o come le scarpe necessarie per camminare o come i viaggi di Roman, un Don Chisciotte dei nostri giorni, o Virgilio, il fedele autista che conduce il capo attraverso le città europee. Per non parlare della sessualità, il moto perpetuo. Nel romanzo tutto si muove, tutto è azione, nulla rimane fermo. Come il capitale, guai a lasciarlo fermo. Quando ho scritto questo libro mi sono posto una domanda: cosa succede nella testa di un imprenditore che cade in disgrazia? Il romanzo cerca di rispondere a questo interrogativo, seguendo i movimenti mentali del protagonista e cercando di materializzarli attraverso la scrittura, perché anche il pensiero è azione vitale e va descritto cercando di diradare le ombre che lo avvolgono. Il libro l’ho scritto in due tempi diversi. La prima parte vent’anni fa, dopo aver conosciuto Saramago, la seconda e terza, solo quando l’insonnia si è impadronita di me, costringendomi a delle levatacce notturne per terminarlo. Scritto in circa sei mesi sotto la luce di una lampada, notte dopo notte”.

Approfittiamo anche per chiedere quanto conta essere poeti, come è nel profondo Pistillo, apprezzato da Antonio Porta e da Milo De Angelis, per scrivere un romanzo così, che anche linguisticamente è movimentato, espressionista, surrealista ma anche in altre zone realista.

“Samuel Beckett diceva che ogni aggettivo è una decisione. Essere poeta quindi aiuta ad assumersi questa responsabilità. Non dico la ricerca della parola esatta, euclidea, più figlia di un accanimento filologico che di un’urgenza espressiva, ma la parola che non va più rimossa e che lascia inalterato lo stile dello scrittore.  Anche l’uso di più registri, se non rappresentano un miserevole artificio, può contribuire a una maggiore resa stilistica e in un certo senso memorabilità della pagina”.

C’è qualche fonte di ispirazione reale per questo romanzo?

“Direi soprattutto esperienza diretta, avendo ricoperto per molti anni il ruolo di Direttore delle Risorse Umane di un importante Gruppo, i cui capi sono finiti in galera. In quelle stanze ho potuto respirare la stessa aria mefitica che circola nel mio romanzo. Ma il mio libro non ha nulla di autobiografico. È pura invenzione letteraria che, quando funziona, è più vera della realtà. Diciamo che parte del mio vissuto professionale è stato decisivo, così come può essere stato quello di Tolstoi che, se non avesse partecipato alla guerriglia nel Caucaso e alla campagna di Sebastopoli, non avrebbe mai raccontato tante scene di guerra con assoluta precisione. O, per rimanere in terra russa, la prigionia di Dostoevskij che, se non fosse stato condannato a morte per attività sovversiva, e graziato sul patibolo, non avrebbe mai concepito, giusto per fare un altro nobile esempio, alcuni gironi infernali  presenti nelle sue Memorie dalla casa dei morti.”

In che rapporto si mette Carmelo Pistillo con gli altri autori che hanno descritto il mondo dell’economia, da Ottieri a Volponi?

“Aggiungerei, per limitarmi solo alla seconda metà del Novecento italiano, autori come Goffredo Parise, Alberto  Bevilacqua o Luciano Bianciardi, che hanno ben rappresentato il mondo del lavoro, fino a risalire al poco noto Piero Jahier, che nel 1915 pubblica  Resultanze in merito alla vita e al carattere di Gino Bianchi, una sorprendente prosa sulla burocrazia italiana, scandita  dalla monotonia  della vita di un impiegato.  O più recentemente Andrea Bajani, con un libriccino che invito a leggere, Cordiali saluti, un feroce racconto della vita aziendale con protagonista uno scrittore di lettere di licenziamento. Non posso non ricordare, naturalmente, Paolo Villaggio, che, con Fantozzi, ha inventato l’ultima maschera del Novecento. Ma le mie parentele, se ci riferiamo a Un uomo a piedi, vanno oltre i nostri confini. Penso soprattutto ai grandi scrittori russi del passato, nella cui letteratura il potere economico sugli uomini viene esercitato senza essere mai messo in discussione, e quindi subito come una religione. Nel mio libro il punto di osservazione è quello di chi detiene il potere”.

Che tipo di pubblico prefigura il suo lavoro di scrittore?

“Andrei per esclusione. Chi ama i libri d’intrattenimento è lontano anni luce da quanto scrivo. Un critico ha scritto che i miei libri non sono da comodino. Se il libro che leggiamo non ci sveglia con un pugno sul cranio, a che serve leggerlo? diceva Kafka. Aggiungendo altrove che un libro deve essere un po’ come la scure che spacca il mare gelato dentro di noi. Per rispondere alla domanda, a questo punto direi che il lettore ideale è quello insonne, quello che s’aggira tra le ombre della notte in cerca di un amore impossibile o di un fratello perduto. La poesia, d’altra parte, nasce dall’oscurità, non dalla luce. Roman, il protagonista del romanzo, riceve le migliori folgorazioni proprio nelle ore più buie”.

La parola poetica, l’arte (pensiamo ancora a Volponi grande esperto di arte…), nel mondo dell’economia hanno un senso nel suo romanzo, non sono marginali, casomai antagoniste e antitetiche, ma anche segni di identità. Nel mondo reale è ancora così?

“Forse è anche peggio. Sul tavolo da gioco della realtà le carte sono state rimescolate fino al punto che, apparire ed essere visibili, rappresenta un insolito potere contrattuale, quello che favorisce l’apertura delle porte che contano.  La parola poetica, che risente della sua debolezza sociale e della sua inconsistenza politica, non varca mai quella soglia. Il teologo Laidislaus Boros parla dell’esperienza poetica come di un’anticipazione della morte. L’economia non si cura della morte, la evita, pena la propria sopravvivenza. L’arte la pone invece al centro della propria riflessione. Il conflitto che ne deriva è insanabile proprio per la loro inconciliabile diversità identitaria”.

C’è ancora posto per un Olivetti, mecenate della cultura, nell’Italia di oggi?

“C’è fame di figure illuminate, l’Italia ne ha un gran bisogno. Intorno a me, per il momento, non vedo ancora figure capaci di capitalizzare la cultura e umanizzare il lavoro. Lo spazio per questo singolare mecenatismo comunque c’è ed è enorme. La cultura sarà il più grande business del futuro.  Ma adesso, ho come l’impressione che il nostro sia un paese in fuga da se stesso e incapace di avere grandi visioni”.

Se fosse un film che volti di attori immaginerebbe per Roman Cei, Virgilio, Ivonne e altri personaggi? Un suggerimento: l’atmosfera di Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto di Elio Petri.

Elio Petri è stato un grande artigiano e Gian Maria Volontè un vero camaleonte cinematografico. Ho rivisto recentemente quel film e devo dire che quelle atmosfere non sono distanti dal clima del mio libro. Su un ipotetico cast ho idee abbastanza chiare. Innanzitutto affiderei la regia a Emanuele Crialese, forse il regista italiano più visionario, molto adatto a rendere la dimensione più onirica del libro. Per il protagonista mi piace immaginare un Pierfrancesco Favino mezzo calvo. Vedrei con favore anche quella faccia da pirata di Luca Ward. Per la parte di Virgilio, il factotum, ho in mente addirittura un quartetto di nomi: Stefano Accorsi, Edoardo Leo, Sergio Rubini e Claudio Santamaria. Per il ruolo di Ivonne vedrei bene una delle tre attrici in quest’ordine di preferenza: Valeria Bruni Tedeschi, Isabella Ferrari e Francesca Neri, mentre per interpretare Beatrice punterei su una giovane e bella attrice sconosciuta. Il Direttore Generale lo farei fare ad Alessandro Haber, che ha le giuste untuosità, mentre per il ruolo del banchiere Daniel Kasper sceglierei il britannico Jeremy Irons o  il francese Fabrice Luchini, perfetto per via di quel volto sfuggente e ambiguo. Infine per rappresentare l’Onorevole napoletano la scelta sarebbe obbligata: Vincenzo Salemme”

L.M.

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11 Ottobre 2017

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Lorenzo Morandotti lmorandotti@corrierecomo.it


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