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Casa di appuntamenti in via Carso: in quattro davanti al giudice

(m.pv.) Compariranno in quattro davanti al giudice dell’udienza preliminare di Como per rispondere alle accuse di favoreggiamento ed esercizio di una casa di prostituzione.Finirà in aula la prossima settimana, mercoledì, la vicenda che risale al blitz nel residence di via Carso andato in scena nel maggio del 2011, in pieno centro città a Como.I monolocali della struttura, secondo gli inquirenti, venivano «concessi in locazione a scopo di esercizio della prostituzione di un numero

imprecisato, comunque notevole, di donne e transessuali» in un periodo compreso tra il 2004 e il maggio 2011.Prostitute che avevano tra l’altro un giro altrettanto ampio di clienti, che nel solo tempo di osservazione (un mese e mezzo di immagini riprese da telecamere nascoste installate nel residence) fu quantificato in oltre 350.Inoltre, sempre secondo la tesi accusatoria, i gestori degli appartamenti del residence fornivano «assistenza logistica» e «organizzavano i trasferimenti da e verso» i locali.Tesi che tuttavia gli indagati e i loro avvocati hanno sempre combattuto con vigore, sostenendo di avere semplicemente affittato a dei clienti gli appartamenti in cui non sapevano che attività si svolgesse.Chiamati a difendersi davanti al giudice saranno come detto in quattro: la 76enne di Como Elsa Pircher, amministratrice unica del residence e proprietaria del 50% delle quote; il figlio Giorgio Rebai, 50 anni di Como, detentore dell’altro 50% di quote della società che gestiva il residence; Giuseppe Giani, 67enne di San Fermo, gestore dell’albergo; e Alberto Gazzi, 47 anni di Lecco, quest’ultimo accusato solo di aver favorito la prostituzione di una donna, una romena, dopo aver preso contatti con il residence. Sono invece già state archiviate da tempo le posizioni di altri due uomini finiti con l’essere coinvolti nelle indagini, ovvero un 76enne di Como e un 65enne di Briosco, proprietari di altri due locali in quel di via Carso.Secondo la procura tuttavia davvero questi ultimi non erano a conoscenza di quanto avveniva all’interno dei locali di loro proprietà. E per questo, la richiesta di archiviazione avanzata dal pubblico ministero è stata accolta. Decisive si sono rivelate le memorie difensive che hanno convinto il pm prima e il gip dopo che gli appartamenti erano stati affidati a coppie di coniugi la cui attività non era nota agli indagati.

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