Casinò di Campione: tre soluzioni per riaprire ma serve ancora almeno un altro anno

il Casinò di Campione d'Italia

Tre soluzioni per il Casinò di Campione d’Italia. Tre ipotesi. Tuttora in stand- by. Sono quelle immaginate da Maurizio Bruschi, nominato dal governo giallo-verde, il 15 febbraio di quest’anno, commissario straordinario proprio con l’obiettivo di «individuare un nuovo soggetto giuridico per la gestione della casa da gioco» dell’enclave. Sebbene la relazione di Bruschi sia nei cassetti del ministero dell’Interno ormai da oltre due mesi, nessuno ne ha mai parlato in dettaglio. Il Corriere di Como è in grado oggi di rivelarne i contenuti.
Diviso in due parti, il testo – 21 pagine in tutto – analizza prima la storia della società di gestione e i motivi che hanno portato al crack del Casinò, per poi proporre tre diverse soluzioni: una sostanzialmente impraticabile, altre due invece più possibili.
Storia e numeri
Bruschi comincia dai numeri, ovvero dai debiti «accertati, ancorché non in via definitiva», dai curatori fallimentari: 175.720.644 euro. Di questi, quasi 55 milioni (54.878.640) sono debiti «esclusi» e quasi del tutto ascritti al Comune.
In cassa, ma questo si sapeva, al momento del fallimento erano custoditi circa «8 milioni di euro», non tutti disponibili però: 1,2 milioni sono infatti «oneri della procedura fallimentare». Vale a dire gli onorari dei curatori e dei loro periti. Va detto che sempre i curatori considerano nell’attivo della società fallita anche «il valore dell’usufrutto dell’immobile», stimato nel 2014 in 140 milioni di euro. Un dato questo importante, perché – come vedremo – ogni possibile soluzione passa anche da un accordo con i curatori sull’uso dell’immobile.
Le cause del fallimento, a detta di Bruschi, sono state «l’esorbitanza dei trasferimenti al bilancio comunale degli incassi della casa da gioco e l’eccessivo costo del personale». Ma anche «inefficienza e cattiva gestione». Una cifra su tutte: tra il 2006 e il 2018, il Casinò ha versato al Comune oltre 577 milioni di franchi svizzeri.
Quando è fallito, il Casinò dava lavoro a 492 persone, i cui stipendi ammontavano a 50,1 milioni di euro annui. Troppi, secondo Bruschi, il quale sottolinea come, sarebbe stato necessario rapportare gli stipendi a quelli delle case da gioco ticinesi.
Le soluzioni
Tre, come detto, le soluzioni prospettate dal commissario straordinario.
La prima, «il risanamento della società di gestione», viene giudicata «fragile» e di fatto irrealizzabile. I creditori dovrebbero infatti rinunciare a una parte dei loro soldi mentre lo Stato dovrebbe immettere capitale fresco per almeno 50 milioni di euro. Inoltre, sarebbe indispensabile attendere la decisione finale della Cassazione sui ricorsi. Servirebbero quindi non meno di tre anni.
La seconda, «l’individuazione di un nuovo soggetto giuridico per la gestione del Casinò», ipotizza la costituzione di una nuova società interamente a capitale pubblico. Affinché si possa realizzare presuppone la dichiarazione di fallimento in proprio della società, cosa che chiuderebbe immediatamente il procedimento in Cassazione. La società di gestione dovrebbe cioè chiedere il fallimento di sé stessa al Tribunale di Como, subito dopo il Parlamento dovrebbe votare una norma ad hoc per superare l’ostacolo delle leggi che oggi vietano la costituzione di nuove partecipate pubbliche; infine, si dovrebbe trovare un accordo con la curatela fallimentare per avere il Casinò, oggi in usufrutto, e stipulare una nuova convenzione con il Comune. Per fare tutto questo servono 8/10 mesi dal momento in cui il Parlamento avrà votato le nuove norme (nella relazioni Bruschi ha anche suggerito uno schema di decreto) e 15/20 milioni di investimento di base.
La terza, «l’affidamento della gestione a un soggetto privato», è una soluzione «non richiesta» ma che il commissario indica come percorribile, dato che «molti operatori economici italiani e stranieri hanno manifestato interesse». Anche in questo caso servirebbe prima di tutto il fallimento in proprio della società di gestione. Poi una legge (o decreto) che autorizzi la gestione privata della casa da gioco. Tempi di attuazione 8/10 mesi dopo e nessun investimento dello Stato. Forse la soluzione migliore.

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