Caso Copes, nuova sentenza. L’Appello nega il risarcimento

Il Tribunale di Milano

Secondo i giudici la vicenda è prescritta. Già annunciato il ricorso
«Mi hanno tolto la verità e perfino il risarcimento. Ma è solo l’ultima delusione, per mio figlio non c’è stato mai niente».
È stanca, delusa e sconsolata Letizia Caraccio Copes, madre di Edi, il giovane di Sorico morto in circostanze misteriose nel febbraio del 1982.
A quasi trent’anni dal ritrovamento del suo corpo, sul ciglio della Regina, e a dieci anni dalla sentenza della Cassazione, che nel 2001 ha archiviato definitivamente la sua scomparsa non come omicidio, ma come incidente stradale a causa di un pirata, per la famiglia Copes è arrivato un altro giudizio, negativo e pesante come un macigno e dal sapore dell’ennesima beffa.
La Corte d’Appello di Milano ha infatti depositato la sentenza con la quale ribalta il verdetto del Tribunale civile di primo grado, che obbligava il fondo di garanzia delle vittime della strada a risarcire la famiglia Copes di circa 700mila euro, ritenendo prescritto il diritto degli eredi, visti i tempi trascorsi dalla morte del giovane.
«Oltre al danno la beffa», è il primo commento di Mario Meroni, assicuratore e amico di famiglia che da anni segue con attenzione gli sviluppi giudiziari della vicenda.
«Oggi ci dicono che la domanda è prescritta – prosegue Meroni – ma certo non potevamo presentare richiesta durante il procedimento penale, archiviato nel 2001, durante il quale cercavamo il responsabile dell’omicidio».
Nonostante la versione ufficiale consideri Edi una vittima della strada, ucciso da un camion pirata, la famiglia Copes si è battuta per anni, fin dal ritrovamento del ragazzo, affinché venisse riconosciuta la tesi dell’omicidio volontario.
Secondo la madre, infatti, Edi non è stato travolto in maniera colposa da un automezzo, ma è stato pestato a morte, probabilmente a causa della sua passione per le moto e, soprattutto, per la scelta di montare sul motorino il contachilometri di una Vespa rubata a un residente della zona.
Una tesi sostenuta fin dall’inizio dalla famiglia, ma mai di fatto accolta né dai carabinieri della compagnia di Menaggio, né dai giudici, tanto che nel 2001 la Corte di Cassazione ha archiviato la vicenda assecondando la tesi dell’incidente stradale.
Da lì la decisione della famiglia di chiedere un risarcimento al fondo di garanzia per le vittime della strada di fronte al giudice civile di primo grado di Milano, che ha riconosciuto circa 700mila euro agli eredi.
Risarcimento mai ottenuto in questi anni, visto che i legali del fondo assicurativo hanno presentato ricorso e, nel frattempo, hanno ottenuto la sospensione del pagamento in attesa della sentenza di secondo grado.
«A questo punto studieremo cosa fare, ma molto probabilmente ricorreremo in Cassazione – aggiunge Meroni – certo è che tutto questo è assurdo. Se avessimo presentato richiesta mentre era in corso il procedimento penale ci avrebbero negato i fondi perché sostenevamo la tesi dell’omicidio e non dell’incidente stradale. Avendo aspettato la sentenza definitiva, prima di chiedere il risarcimento, ora ci dicono che ci siamo mossi in ritardo».
Una volta studiate le carte, insomma, sarà quasi scontata una richiesta di revisione della sentenza, cercando in extremis di smontare l’assunto della prescrizione.
«È nostra intenzione – spiega Meroni – dimostrare che Edi è stato investito non in maniera colposa, ma dolosa. Perciò trattandosi di omicidio volontario, non c’è prescrizione e il fondo di garanzia non potrebbe sottrarsi alla liquidazione».
Nonostante gli anni passati e le sentenze certamente non favorevoli, insomma, i familiari e gli amici di Edi Copes non intendono fermarsi e continuano a sperare in un colpo di scena che faccia luce e giustizia.
«Non è stato investito, è stato ucciso a botte. Molti casi vengono riaperti dopo anni, non mi resta che sperare che, prima o poi, si arrivi alla verità – conclude la madre che, però, non nasconde amarezza e delusione per quest’ultimo risvolto – non è la prima volta che ci rimango male, è da anni che vengo abbandonata. In paese pensano addirittura che sia diventata ricca con un risarcimento che non ho mai visto. Sono stanca».

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