Catelli. Il “Signor Chicco” modello per Como

Pietro Catelli

Personaggi – Esce da Silvana Editoriale la biografia dell’imprenditore che nel 1946 con pochi mezzi fondò l’azienda lariana Artsana, oggi colosso mondiale
«Vita straordinaria di un uomo qualunque» – come recita il sottotitolo della biografia Il Signor Chicco (pp. 126, Silvana Editoriale) del giornalista e scrittore Luca Masia – quella di Pietro Catelli è stata un’esperienza umana e imprenditoriale da cui i comaschi di oggi potrebbero imparare molto. Un modello fatto di tenacia, costanza e voglia di emergere nonostante le avversità. Un esempio di etica del lavoro di alto profilo.
Il fondatore del gruppo Artsana, che ha il suo quartier generale nella piana di Grandate, è un uomo che come recita il libro «è diventato grande rimanendo bambino», e si è fatto da solo diventando da semplice rappresentante di una ditta che produceva siringhe un capitano d’industria. Un modello, per sobrietà e senso della concretezza. Due doti oggi quantomai necessarie.
Ne è convinto Michele Catelli, il figlio dell’imprenditore lariano morto nel 2006. «Spesso con mio fratello Enrico e mia sorella Francesca – ricorda – immaginavamo assieme a lui di raccogliere in un libro la sua esperienza di uomo e imprenditore. Ma abbiamo capito che avrebbe preferito lo si facesse post mortem».
E anche qui viene fuori il suo carattere riservato del papà della Chicco e di tanti altri marchi e prodotti famosi. «Sì – prosegue Catelli – non ha mai amato esporsi pubblicamente, era molto riservato».
Michele ha lavorato fin da subito con il padre in azienda, dopo la laurea. Alla discussione della tesi Pietro non andò, era impegnato sul lavoro. Il figlio si presentò in ufficio e disse: «Mi sono laureato». Allora il padre scoppiò a piangere. «All’inizio mi ha ingaggiato come traduttore», ricorda. «A 18 anni sono andato con lui in Cina, dove oggi nasce metà dei nostri prodotti». E il pensiero va agli anni difficili dei sequestri di persona: Pietro Catelli rischiò il rapimento da parte di Renato Vallanzasca. I figli dovettero studiare in collegi all’estero. «Mi ha fatto studiare molto le lingue, e devo ringraziarlo». Un esempio come padre e come industriale, nato come rappresentante e poi piccolo imprenditore che batteva in bici in lungo e in largo la Lombardia per farsi conoscere.
«Mio padre ha lavorato fino a due mesi prima di morire – ricorda Michele – C’è sempre stata in lui grande coerenza tra privato e pubblico. Aveva un grande senso della famiglia e grande rispetto per la persona, univa sobrietà e concretezza e questi sono sempre stati i suoi valori di riferimento. Che sono mancati al nostro Paese – e non solo a quello – negli ultimi 10-15 anni. Non che si privasse dei vantaggi che il suo status gli consentiva, intendiamoci. Ma non era mai sopra le righe».
Pietro Catelli inizia giovanissimo come contabile e quindi venditore di aghi per siringhe e termometri per la Diefenbach, azienda tedesca con sede anche a Monte Olimpino. Nel 1946 fonda, assieme alla sorella Jolanda, l’Artsana (Articoli Sanitari e Affini) in un piccolo laboratorio di trenta metri quadrati a Sant’Agostino. Nel 1958 crea il marchio Chicco. Nel 1974 riceve la nomina e il riconoscimento di Cavaliere del lavoro. Ha potuto concedersi e concedere ai suoi cari una vita di agi. Ma mai nel segno dell’esagerazione. Semmai, al contrario, nel segno della moderazione, e come tanti episodi raccontati nel libro testimoniano, con una silenziosa opera benefica a favore di associazioni e singoli bisognosi. Oggi il suo gruppo ha 7mila dipendenti ed è una multinazionale con filiali in Cina, India e Romania.
Dove sta il segreto di questo successo, per Michele Catelli? «Ha sempre avuto una certa distanza dai “poteri forti” e dall’alta finanza, il suo metodo imprenditoriale era quello classico, legato ai valori essenziali del lavoro: muoversi con equilibrio e attenzione, circondarsi di poche persone di fiducia, essere costantemente orientato sulla crescita dei propri prodotti e dei propri marchi, e fare sempre il passo coerente con la lunghezza della gamba, senza mai esporsi in modo eccessivo. Mio padre si è sempre autofinanziato, ha sempre reinvestito gli utili in azienda. Lui la considerava un organismo di cui aveva la responsabilità in termini di sviluppo, più che una sua proprietà».
Un patrimonio che vi è utile anche oggi?
«Un patrimonio immutabile, sì – dice Michele – Oggi siamo concentrati sul nostro gruppo, la nostra missione è svilupparlo e svilupparne i marchi per essere sempre più una realtà internazionale».
E Como gli deve molto. «Soprattutto agli inizi è stato visto come un outsider dai comaschi: voleva imporsi – prima con i sanitari e poi con i prodotti per l’infanzia – con un modello di sviluppo diverso da quello tipico locale e cioè il tessile. Quasi un alieno. Con origini umilissime, per giunta. Elementi che tuttora vengono guardati con sufficienza. Poi ha fatto pace con Como quando la città gli ha riconosciuto i meriti a lui dovuti. Anzi, lo ha molto amato. Ed è stata anche molto amata da lui».
Una “comaschità” che è nel suo Dna di uomo e imprenditore schivo e fedele al lavoro fino all’ultimo. «Apparteneva alla classe di imprenditori usciti allo scoperto nel dopoguerra con un atteggiamento concreto ma anche missionario e sacrificale nello svolgimento della propria attività. Il che si traduceva in un grande legame con le forze lavorative dell’azienda, attenzione al loro star bene, e l’azienda come villaggio e comunità. E, certo, anche la beneficenza, fatta però non per fini di marketing ma come scelta umana – dice Michele – Mio padre aveva tra le sue doti la curiosità e lo spirito imprenditoriale. Oggi magari si fanno studi di anni prima di impegnarsi in un determinato settore, lui aveva l’intuizione dalla sua: se poteva cogliere un’opportunità ci si buttava. E devo dire che tutti i brand di cui si occupa oggi il gruppo Artsana sono stati lanciati da lui, in un percorso che va dal 1946 alla fine degli anni Novanta».

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