Cavadini abbassa il sipario su un’epoca: «Con me finisce il tempo dei “mostrifici”. Ora contenuti, non solo numeri e nomi»

L’assessore: «La cultura non deve essere specchietto per le allodole»
Questa sera, con la fine della mostra “La dinastia Brueghel”, si chiudono nove anni di grandi mostre. Si chiude, in sostanza, l’era Gaddi al timone degli eventi a Villa Olmo. E l’attuale assessore alla Cultura, Luigi Cavadini, dopo aver detto no a qualsiasi ipotesi di festa finale, inizia il suo percorso. La chiacchierata con vista sul futuro, però, non può che partire dai veleni sull’addio ai fuochi finali.
«In un momento in cui chiediamo sobrietà ai cittadini e chiediamo di pagare
più Irpef e l’Imu, oltre che in un contesto economico generale difficile – dice Cavadini – ho ritenuto che ostentare una festa fosse decisamente contro le aspettative della gente. Poi, il momento importante è l’inaugurazione, non certo la fine di una mostra».
Gaddi, che dei fuochi e dei brindisi di luglio ha sempre menato vanto, ha parlato di una Como rigettata nel grigiore e nella tristezza. Cavadini non ci sta: «Non penso proprio che servano i fuochi d’artificio per dare l’idea di una città allegra. Il senso delle cose e il loro contenuto sono più importanti dell’immagine che si vuole dare di essi».
Un altro punto sul quale l’assessore vuole sgomberare il campo è l’accusa di aver fatto piazza pulita degli show finali per pura gelosia (Gaddi dixit). «E di cosa dovrei essere geloso? Le mostre, fino a prova contraria, sono dell’amministrazione, non di Gaddi – puntualizza Cavadini – Che poi lui si sia dedicato agli eventi, non solo è un fatto, ma gli rivolgo un pubblico elogio. Gaddi ha fatto di Villa Olmo, solo fino a pochi anni fa monumento quasi periferico per la città, un altro centro di Como». Insomma: bravo Gaddi, ma adesso si volta pagina.
«L’opera di questi anni resta – premette l’assessore alla Cultura – Resta il grande pubblico che le mostre hanno portato a Como, e resta un segnale che non si può non seguire. Ma i modi con cui seguiremo quel segnale saranno differenti da quelli attuali». Il come, è presto detto. «Il taglio delle prossime mostre sarà diverso – precisa subito Cavadini – Avrò il supporto di esperti, non farò di certo tutto io (Gaddi, per la cronaca, si è invece sempre vantato del ruolo di assessore-curatore, ndr)». Ma il passaggio che segna la svolta vera è il seguente. «Proporrò una linea di lavoro che non guarderà esclusivamente ai grandi nomi, né tantomeno ai numeri di visitatori registrati in questi anni. Io, infatti, sono convinto che siano altri gli indici del valore di una proposta culturale». Come a dire – ma in realtà lo dice lo stesso Cavadini – che «dei 9 anni di mostre rimangono conoscenze aggiuntive sull’arte che il pubblico comasco non aveva, ma probabilmente è mancato un apporto nuovo alle conoscenze scientifiche sugli artisti e sui movimenti presentati».
Il discorso torna ancora sul tema dei grandi numeri. E la polemica non è difficile da intuire. «I numeri hanno un peso in base al valore che si dà alla cultura – specifica Cavadini – Se l’arte deve essere uno specchietto per le allodole, allora va bene puntare ai grandi numeri. Se deve far crescere, penso che serva qualcosa in più e di diverso». Non quello che alcuni, non solo per Como, hanno battezzato il “mostrificio”. «Ecco – dice Cavadini – io ho idee diverse dal “mostrificio” e da coloro che dichiarano apertamente che l’obiettivo primario di un evento non è apportare qualcosa alla conoscenza dell’arte».
Difficile, però, credere che il pubblico comasco e non soltanto, se le mostre realizzate da Cavadini dovessero attestarsi su numeri più bassi di quelli ormai consueti, non si avventuri a parlare di flop.
«È un rischio che esiste, ne sono cosciente – ribatte l’assessore comunale – Sono consapevole che la nuova linea potrebbe non essere destinata a fare grandi numeri, ma ripeto: non è quello l’elemento che determina il valore di una proposta culturale».
Un punto sul quale il neoassessore concorda in pieno con il predecessore è invece quello del rapporto cultura-economia. «Gaddi, su questo tema, ha ragione. La cultura è investimento – afferma Cavadini – non può essere giudicata soltanto con i parametri di bilancio. Poi, però, è ovvio che, in questa situazione economica, si dovrà sempre stare molto attenti».
Impossibile, infine, ottenere anticipazioni sui nomi da proporre l’anno prossimo. Ma su quale sia la mostra “gaddiana” che gli è piaciuta di più, Cavadini non ha dubbi: «Per coerenza, sicuramente quella su Magritte».

Emanuele Caso

Nella foto:
La dimora
Tra i pochi punti in comune tra Luigi Cavadini e Sergio Gaddi, il riconoscimento che le grandi mostre, dal 2004 a oggi, hanno avuto il grande merito di saper rilanciare il prestigio di Villa Olmo a livello nazionale e internazionale (foto Mv)

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