C’era una volta l’ospedale di paese


di
MARIO GUIDOTTI

Il commento

C’era una volta tanti anni fa, ma neanche poi tantissimi, un tempo in cui il politico di una zona, unitamente al costruttore amico, al sindaco e ad altri sodali, edificavano l’ospedale del territorio.
Bastava una colata di cemento di due piani, un paio di cameroni di 30 letti ciascuno, quattro bagni, una manciata di infermieri, una suorina, due primari con alcuni assistenti, un apparecchio radiologico e una macchina per gli esami del sangue, e voilà, ecco il nosocomio del paese. Seguivano
il taglio del nastro con il prelato, applausi e cos’altro? Beh, certo, i voti dei cittadini alle elezioni successive.
Era un meccanismo quasi perfetto. Tutti contenti. Il prezzo? Beh, tanto pagava Pantalone, cioè il contribuente per intenderci (quello onesto, è chiaro). È arrivato poi il nuovo governo che ha rotto il giocattolo e ci ha detto non solo che siamo poveri in canna e non possiamo più permettercelo, ma che modelli di questo genere non hanno più senso. Non solo costano, ma non fanno neanche bene alla gente. Ma perché allora erano cosa buona e giusta e ora non lo sono più? Perché guarda caso è cambiata la Sanità, il modo di curare la gente. Siamo passati da una Medicina contemplativa (non a caso Voltaire usava dire: “Il segreto della Medicina consiste nell’intrattenere il malato intanto che la Natura cura la malattia”) ad una operativa, fatta di alta tecnologia, preparazione superspecialistica, grande expertise. E tutto questo non può essere patrimonio di tutti gli ospedali di zona, ma concentrato in poche realtà dove si realizzano eccellenze, che non significa la frontiera, cioè il centro di supertrapianti, ma il massimo per quel tipo di patologia, anche banale, consueta. Il nostro territorio ha avuto la sua storia riguardo i piccoli ospedali, Morbegno, Bellano, Valsolda, Mariano, realtà parzialmente chiuse o riconvertite, mentre è in corso una battaglia aperta per Menaggio.
Certo, spiace, sembra di essere derubati di realtà importanti, ma questo modello di piccoli ospedali non ha più senso, perché l’eccellenza nella cura di una patologia fa rima con alta frequenza di osservazione e gestione della stessa. Monti non dovrebbe chiedere ai cittadini con la pazienza in riserva se vogliono o no i loro ospedali di paese, ma se preferiscono essere operati dove chi di quella malattia ne vede 30 o 3.000 casi all’anno. Per quanto riguarda i piccoli ospedali la parole d’ordine è riconversione. Serve mantenere un presidio di pronto soccorso molto bene attrezzato, per gestire l’emergenza, stabilizzare il malato e inviarlo all’ospedale più vicino. Si chiama modello hub and spokes, centro e raggi. Dove non solo la periferia invia al centro i malati, ma anche gli operatori sanitari, con grande interscambio di esperienza e appunto expertise.
Il mondo sta cambiando, non possiamo continuare con la Medicina dei nostri padri e maestri. Ergerci sulle spalle dei giganti che ci hanno insegnato l’arte medica deve servire soprattutto per guardare lontano.

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