Chernobyl, dopo 33 anni tracce di radioattività in Lombardia e in Ticino

Il sarcofago di cemento armato costruito attorno al reattore della centrale nucleare di Chernobyl devastato dall'esplosione avvenuta il 26 aprile 1986

Sono passate 33 primavere ma la contaminazione è ancora in atto. Il 26 aprile 1986 all’una di notte, un incidente al reattore della centrale atomica di Chernobyl in Ucraina (allora Urss), la più grande catastrofe nucleare della storia, causò la dispersione nell’atmosfera di grandi quantità di materiale radioattivo.
Le particelle trasportate dalle masse d’aria raggiunsero tutta l’Europa. Oggi si misurano ancora tracce radioattive di Chernobyl. Gli ultimi dati riferiti ai rilievi effettuati da Arpa in Lombardia risalgono al 2017, con 1.503 campioni, di cui 327 prodotti alimentari, 173 acque potabili e 1.003 matrici ambientali. Nel 30% dei campioni di prodotti alimentari è stata individuata la presenza in tracce di Cesio 137 ancora riconducibile all’incidente di Chernobyl. La maggior parte di questi campioni (84 su 95) è relativa a selvaggina, frutti di bosco, funghi e pesci di lago. Solo in un campione di funghi spontanei è stato superato il livello di riferimento per la concentrazione di Cesio 137 stabilito dalla normativa europea.
L’Agenzia regionale conferma, dunque, «la salubrità, dal punto di vista del contenuto di radioattività, degli alimenti di più largo consumo presenti sulle nostre tavole».
Nell’aria le concentrazioni non sarebbero rilevanti, e nell’acqua la radioattività artificiale risulta assente e quella naturale nei limiti di legge.
Nel vicino Canton Ticino, le rilevazioni sono più recenti: il laboratorio cantonale nel 2018, nelle misurazioni che hanno preso in esame derrate alimentari, terra, erba e latte, ha rilevato residui di radioattività in particolare nei funghi selvatici commestibili e nella selvaggina ticinese. La quasi totalità dei funghi – secondo i dati del laboratorio – è risultata contaminata dal Cesio-137, con due superamenti del limite. Nel 2018, sono stati prelevati dalle macellerie, sul territorio cantonale, 20 campioni di carne cruda e prodotti derivati di cervo, capriolo, camoscio e cinghiale. I valori più elevati sono stati misurati in due campioni di cinghiale ticinese. In nessun caso è stato superato il valore massimo previsto dalla legge.

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