Cinema, così la Svizzera investe nella settima arte

il Pardo simbolo del festival di Locarno

Il Canton Ticino fucina del cinema contemporaneo, con lo storico “Locarno Film Festival” che fa da volano ai film svizzeri e le case di produzione elvetiche che investono sul talento di registi e sceneggiatori.
Se il Lario funge da set per registi di fama che lo utilizzano per location romantiche o esotiche, spesso con imbarazzanti stereotipi e cliché sull’italianità, o semplicemente come sfondo per trame avulse dal contesto, oltreconfine si prova ad andare oltre il mero scenario glamour-estetico-paesaggistico.
Ne è un esempio un film di successo, Love me tender, prodotto e girato in Canton Ticino da una regista di origini peruviane ticinese d’adozione, Klaudia Reynicke, che ha ricevuto consensi in tutto il mondo. Il successo del film – che viene proposto in streaming sul sito della Cineteca di Milano per la “Settimana del cinema svizzero contemporaneo” – è la dimostrazione di come investendo nella produzione cinematografica si possano raccogliere i frutti di una ricerca originale che punta su narrazioni di qualità. Film, insomma, che possono ambire a uscire dai confini. «Per me il cinema dev’essere così: deve osare, proporre qualcosa di diverso», dice la regista svizzero-peruviana in un’intervista a “Ticinonline”. Nel suo lavoro, prodotto dalla svizzera Amka Films, dipinge con coraggio e sense of humour un’antieroina alle prese con le proprie paure. Presentato al Locarno Film Festival, al BFI London Film Festival e al Toronto International Film Festival, il film è stato girato tra Coldrerio, Arzo e Chiasso.
Altra pellicola interessante, sempre proposta in streaming da Cineteca di Milano, è Moka noir: a Omegna non si beve più caffè , docu-film del regista locarnese Erik Bernasconi prodotto in collaborazione con la Rsi (Radio televisione svizzera italiana) e presentato nel 2019 alla Festa del Cinema di Roma.
Avvalendosi di splendidi materiali d’archivio, filmati e caroselli d’epoca, il regista gioca abilmente tra realismo e noir, ritagliandosi un ruolo di documentarista e di “investigatore privato”. Un’indagine, la sua, che tra ironia e malinconia, va alla ricerca dei “colpevoli” che hanno “ucciso” un’eccellenza industriale locale: il caffè.
Sia Reynicke sia Bernasconi raccontano la Svizzera di oggi e di ieri con la sue dinamiche sociali in continua evoluzione; raccontano il melting pot, l’economia che vi gira intorno e che tanto incide nella scelta esistenziale dei cittadini oltreconfine.
Dall’altra parte del confine, c’è la tanto sognata Lariowood, sempre più una chimera. E se affittare location certamente porta denari e ha una ritorno positivo sul turismo, investire nel cinema su larga scala e provare a fare del Lario una fucina di talenti è un’altra cosa. Ci ha ha provato il Lake Como Film Festival con il Concorso per cortometraggi “FilmLakers” dedicato agli under 30 che hanno raccontato cinque luoghi del Lungolago di Como. Un bell’esperimento, ma le risorse sono sempre poche e quest’anno è in forse la realizzazione dell’intero Festival.
Gli amanti della settima arte comaschi, d’altro canto, lottano per tenere aperti i cinema e salvarli dal decadimento (vedi Astra, Gloria e Politeama). Insomma, credere nel cinema autoctono richiede grandi slanci e visione. Significa dare fiducia ai registi che hanno voglia di raccontare storie che riguardano noi e la nostra vita. Chissà se a quelle di Luchino Visconti a Villa Erba e a Bellagio, di Allònsanfan dei fratelli Taviani sul lago di Pusiano, di Dino Risi a Lenno in Una vita difficile e di George Lucas con Star Wars a Villa Balbianello, si aggiungeranno mai storie e nomi nuovi.
Katia Trinca Colonel

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