Cinque anni dopo l’omicidio di Brambilla chiesto maxi-risarcimento al suocero di Arrighi

Cinque anni fa, nel febbraio del 2010, il barbaro omicidio di Giacomo Brambilla nell’armeria di via Garibaldi a Como. Delitto per cui fu arrestato e condannato in via definitiva a 30 anni Alberto Arrighi. Ma la vicenda non è ancora chiusa del tutto.
Perché rimane ancora da mettere la parola fine sul risarcimento civile chiesto dai familiari della vittima anche a chi aiutò l’armiere a far sparire il corpo, parte (la testa) nel forno della pizzeria di famiglia, parte (il corpo) in un dirupo di Crevoladossola in Piemonte.
Il suocero di Arrighi, Emanuele La Rosa, patteggiò la pena a tre anni e cinque mesi per il concorso nella distruzione e nel vilipendio del cadavere.
Ma l’accordo fu ratificato dal giudice penale – in base al rito scelto – senza liquidare alcun risarcimento del danno alle vittime. Da questo fatto derivò una causa civile da parte dei familiari di Brambilla contro La Rosa. Vicenda complessa, più volte fermata da diversi problemi (tra cui il cambio di giudice) e da un lutto, quello della morte del padre di Giacomo Brambilla.
La causa fu così interrotta per concedere tre mesi di tempo ai legali della famiglia per una nuova notifica, dando nel contempo anche nuovi termini di costituzione a Emanuele La Rosa. Ma nelle scorse ore, dopo tanto penare, le parti sono riuscite a precisare le rispettive conclusioni. I familiari di Brambilla chiedono al suocero di Arrighi 300mila euro circa, da dividere tra la moglie della vittima, il figlio, la madre e il fratello. Ora ci sarà il tempo per la replica alle conclusioni, poi la parola, finalmente verrebbe da dire a cinque anni dal delitto, passerà definitivamente al giudice civile. La sentenza dovrebbe giungere prima dell’estate.
Un risarcimento che gli avvocati Anna Maria Restuccia e Fabio Gualdi, in nome dei parenti della vittima, hanno invocato a gran voce in quanto «alla famiglia di Giacomo Brambilla è stato leso il diritto alla pratica del culto del loro caro», il cui corpo «è stato barbaramente deturpato». «I fatti sono di una gravità inaudita – si legge ancora nell’atto di citazione – poiché hanno colpito profondamente i familiari della vittima, che hanno dovuto procedere al riconoscimento del proprio congiunto letteralmente decapitato», sottoponendosi in questo modo «ad uno shock ulteriore rispetto alla già traumatizzante notizia della sua morte violenta».

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