Circoscrizioni addio. Ma salviamo i quartieri dal deserto

Parole come pietre di Marco Guggiari
Giorgio Gaber cantava che “libertà è partecipazione”. C’è stato un tempo in Italia, e anche a Como, pur fredda e chiusa più di altre città, in cui essere presenti era passione diffusa. Erano gli anni ’70 e, in parte, il decennio successivo, quando anche da noi tutti volevano fare e dire la loro.
In quel clima nacquero i consigli di Circoscrizione, che rappresentavano i quartieri del capoluogo. Furono una speranza e un’illusione. I loro limiti erano due e si sono manifestati appieno

. Prima di tutto questi organismi esprimono pareri solo consultivi, non vincolanti per l’amministrazione comunale. In secondo luogo riproducono una ferrea logica politica e di Parlamento in miniatura. I partiti, attraverso i gruppi di eletti in loro nome, danno spesso il peggio di sé, privilegiando fumose riunioni con schieramenti “militarizzati” rispetto a sforzi di reale concretezza.
Adesso che siamo al dunque, con l’abolizione delle Circoscrizioni prevista dal 2012, ha certamente senso il convegno odierno nel quale ci si chiede come saranno rappresentati prossimamente i quartieri di Como e le loro esigenze. Perché, fatti salvi i limiti e le critiche di cui abbiamo dato conto, è reale il rischio di gettare il bambino assieme all’acqua sporca. Certo, così non si poteva continuare. Spendere 600mila euro all’anno per tanti “parlamentini” -ben nove – è davvero troppo.
Resta però il duplice problema di garantire servizi reali e decentrati alla cittadinanza, specie a quella in età più avanzata (certificati, assistenza sociale), e di dar vita a punti di ascolto delle esigenze. Non ci sentiamo, infatti, a clima radicalmente mutato, di sciogliere inni a un riflusso che sia sinonimo di totale indifferenza.

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