Clausola Covid, scuola e lavoro pubblico

opinioni e commenti di adria bartolich

di Adria Bartolich

La cosiddetta “clausola Covid” con cui si chiudono i contratti per le supplenze dei docenti assunti a tempo determinato, pare sia oggetto di parecchie lamentele da parte dei candidati supplenti. In realtà negli articoli che parlano di questo tema vengono chiamati precari, ma il termine è alquanto impreciso e parecchio abusato.

Chiariamo. Per precario si intende qualcuno che reiteratamente viene assunto, con un contratto a tempo determinato, e licenziato alla fine dell’anno scolastico per poi essere riassunto l’anno successivo magari sulla stessa cattedra per più di tre anni. Un supplente invece, può essere nelle condizioni sopra descritte, quindi a tutti gli effetti un precario, ma anche una persona che per la prima volta in vita sua accede a una supplenza, cioè qualcuno che semplicemente sta cercando una prima occupazione o più genericamente di inserirsi nel mondo del lavoro, condizione comune ai lavoratori di molti comparti del privato. Prima hai contratti temporanei, poi se ce la fai, un’assunzione a tempo indeterminato.

Cosa dice la clausola Covid? In sostanza chiarisce che i rapporti di lavoro per i quali si dovesse ricorrere a una risoluzione anticipata a causa del Coronavirus, saranno chiusi per giusta causa senza diritto ad alcun indennizzo in caso di sospensione dell’attività didattica in presenza. Naturalmente i lavoratori in questione, se avessero maturato i requisiti necessari, avrebbero diritto alla disoccupazione come tutti gli altri a pari condizioni.

Vi chiederete dove sia lo scandalo, e sinceramente me lo chiedo anch’io. Infatti non è qui ma sta nel fatto che il supplente smetterà di essere tale dopo anni: occorre scorrere lunghe e complicate graduatorie, avrà passato le sue giornate a studiare per conseguire costosissime certificazioni informatiche e linguistiche o di altro genere, spendendo un sacco di soldi, nella speranza di racimolare qualche punto. Le graduatorie si formano sulla base del punteggio e bisogna farne tanto, o con il servizio o con i titoli. Il vero scandalo è questo. L’inserimento in graduatoria crea l’illusione di una possibilità di sistemazione, le graduatorie sono in molti casi zeppe di persone, mentre in altre c’è il deserto dei Tartari, dato che si formano non sulla base di vere richieste ma in modo del tutto arbitrario.

C’è la graduatoria, hai il titolo e ti iscrivi; se ci sia o meno il posto nella realtà è un’altra storia. Intanto alimenti un mercato fiorente di corsi di formazione più o meno online e più o meno seri per conseguire attestati e quindi punti, sul quale tutti tacciono. Tanto prima o poi ci sarà una sanatoria, cioè un bel concorso riservato. Però con la clausola Covid per la prima volta saranno impossibili i ricorsi e si inserisce il principio della “necessità aziendale” anche  nel lavoro pubblico.

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1 Commento

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    Paola , 1 Ottobre 2020 @ 23:07

    E si inserisce il principio della “necessità aziendale” anche nel pubblico.

    Scusi, perché finora nel comparto scuola non si é usata “necessità aziendale”?
    Edifici fatiscenti, numerosissime cattedre scoperte (perché mai?- domanda ovviamente retorica), … questa é l’ennesima “necessità aziendale”. L’ ennesima.

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