Commercio, dal Ticino proposta shock: «Niente pubblicità alle aziende italiane»

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Un deputato della Lega invoca l’ostracismo dello spot

La pubblicità, è noto, è sempre stata l’anima del commercio. Ma se qualcuno pensa, quest’anima, di venderla al diavolo, sappia che dalle parti di Mendrisio non troverà terreno facile.
Qualcosa di strano sta accadendo nel Cantone di lingua italiana. E l’ultima trovata di un deputato della Lega dei Ticinesi non fa che confermarlo.
Massimiliano Robbiani, assessore a Mendrisio e parlamentare a Bellinzona, ha chiesto al governo cantonale di «vietare alla Rsi di trasmettere pubblicità

di qualsiasi genere (a pagamento o occulta) di aziende con sedi fuori dal confine nazionale».
Facendo leva su un delirio protezionistico che si scontra con il buonsenso, prima che con le condizioni oggettive di un mondo in cui è possibile – con un clic – comprare ogni cosa in qualunque parte del mondo – Robbiani immagina di stoppare la concorrenza di negozi e supermercati italiani vietando loro di acquistare spazi pubblicitari sui media del Cantone.
Scrive Robbiani testualmente nell’interpellanza inviata al Consiglio di Stato: «Frequentemente sui quotidiani ticinesi si legge la pubblicità di aziende italiane che evidenziano i propri articoli a prezzi stracciati. Prezzi favorevoli che invogliano molti cittadini residenti in Ticino a recarsi oltreconfine a effettuare gli acquisti a scapito del nostro commercio, sempre più in affanno. Ancor più grave che pure la nostra televisione (Rsi), finanziata con i soldi pubblici, trasmetta inserzioni pubblicitarie da parte di aziende italiane. Non ritengo accettabile che un’azienda pubblica come la Rsi lavori di fatto contro il commercio di casa nostra invitando i cittadini ticinesi a recarsi in Italia per gli acquisti».
A Robbiani sarà probabilmente sfuggito che il Fox Town, centro commerciale di Mendrisio frequentato in grande misura dai tanto deprecati italiani, è lo sponsor sia del Calcio Como sia della squadra di basket di Cantù. È presumibile che non si tratti di beneficenza, ma di un’intesa commerciale diretta a favorire gli acquisti oltrefrontiera da parte della clientela italiana. Nessuno, però, ha mai immaginato di porre un veto a Silvio Tarchini o di chiedergli bruscamente di non infastidire la concorrenza con le sue campagne promozionali.
È il mercato. Che non conosce frontiere. Soprattutto nell’era dei chip.
Il punto è che le considerazioni di Robbiani, tanto anacronistiche quanto irrealizzabili, non hanno dato vita, in Ticino, a un serio dibattito sul tema.
Anzi, c’è stato persino qualche autorevole commentatore che ha giudicato «discutibile» la pubblicità di imprese italiane eventualmente trasmessa dalla tv di Comano.
Remigio Ratti, docente all’Usi di Lugano ed esperto di economia dei territori di frontiera, parla di «segnale di esasperazione» volto a «sfruttare la faccenda a fini partitici».
Il giudizio di Ratti sulla proposta del deputato ticinese è nettissimo.
«È un modo di ragionare unilaterale, preoccupante. Il commercio di frontiera è sempre stato reciproco, con altalene congiunturali. Oggi se ne vuole dare una lettura politica per obiettivi che nulla hanno a che vedere con le questioni economiche. Peraltro, la realtà va spontaneamente in direzione opposta. I cittadini che si vorrebbero convincere sono infatti gli stessi che vanno a fare acquisti in Italia».
Ma Ratti, che per 7 anni è stato anche il direttore della Rsi, aggiunge un’ultima considerazione, che liquida in qualche modo gli argomenti di Robbiani: «Questo genere di interventi offende in definitiva proprio il cittadino consumatore, il quale è libero di fare le proprie scelte, mentre c’è chi pensa che non sia in grado di discernere un messaggio dall’altro».

Da. C.

Nella foto:
La più grande impresa commerciale ticinese, il Fox Town, è sponsor di Cantù

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