«Como, bei ricordi con un finale amaro». Massimo Albiero compie 60 anni e racconta la sua storia in azzurro

Massimo Albiero

«I miei ricordi a Como? Voglio pensare soprattutto alle cose belle e non al finale della mia avventura». Massimo Albiero, libero della squadra lariana negli ’80, ai tempi della serie A, oggi, lunedì 18 maggio, compie 60 anni. Un compleanno importante per uno dei pilastri della difesa azzurra nel periodo più bello della sua storia.
Oggi Albiero vive ad Adria, la cittadina del Veneto di cui è originario, è allena i giovani dell’Atletico Ferrara. Il suo arrivo a Como nel 1981, ma l’allora allenatore Pippo Marchioro non lo vedeva bene e subito fu mandato alla Spal e l’anno dopo ad Avellino. Nel 1983, con Tarcisio Burgnich allenatore, il ritorno, con la promozione in A e le stagioni successive nella massima serie fino al torneo 1988-1989, iniziato male e finito peggio, con la retrocessione in B.
Per Albiero rimane un cruccio. «Quell’estate l’Inter di Giovanni Trapattoni, che avrebbe poi vinto lo scudetto, cercava un libero e per me c’era questa possibilità – spiega Massimo – Una opportunità, quella di andare in un altro club, che negli anni era stata data a tutti e che a me è stata preclusa. Lì si è rotto qualcosa, non sono stato più lo stesso. E non è un caso che abbia dato l’addio al calcio tre anni dopo, abbastanza presto».
«Ma quell’anno era nato male – aggiunge Albiero – Il primo errore fu quello di congedare Tarcisio Burgnich e di chiamare dalla Juventus Rino Marchesi, che però con la testa era purtroppo rimasto… a Torino. Poi non pagò la scelta di puntare su troppi giovani inesperti; in aggiunta a tutto il brasiliano che doveva fare la differenza spaccò lo spogliatoio».
Luiz Milton non è esattamente tra i ricordi positivi di Albiero. «Arrivò e chiese subito la fascia di capitano – dice – Cosa abbastanza incredibile per le dinamiche di uno spogliatoio. Gente come Dirceu, Hansi Muller, lo stesso Dan Corneliusson che avevano una carriera ben più importante, non avevano nemmeno pensato lontanamente a fare una simile domanda. Questo e tanti altri fattori ci fecero sprofondare mestamente in B».
E quell’estate si consumò un divorzio doloroso. «Fui lasciato andare così, come se fossi stato la causa di ogni problema, dopo avere vissuto stagioni fantastiche, le più belle per il Como. Una delusione che mi sono portato dietro per anni e che è stata mitigata solo in tempi recenti».
L’ex giocatore spiega: «Sono tornato al Sinigaglia nel 2016 per l’inaugurazione di Largo Stefano Borgonovo (la foto sopra risale a quel giorno ndr). Quel giorno ho incontrato il dirigente dell’epoca Paolo Zerboni che mi ha detto “tu hai dato più di quanto hai ricevuto”. Ecco, quella frase mi ha un po’ riconciliato».
Anche perché di cose belle da raccontare Massimo Albiero ne ha. «Penso alle tante persone che ho incontrato, oltre ai compagni di squadra. Tutti gli impiegati, come la storica segretaria Emanuela Aliverti, e i collaboratori operativi in sede. E poi il massaggiatore Bobo Mauri, il magazziniere Pablo Ostinelli, Livio Prada, il dottor Sergio Sallusti. Non voglio dimenticare anche Nino Balducci: so che non è stato bene e sono lieto che abbia vinto la battaglia contro il Coronavirus. Non posso non citare anche il compianto Franco Usuelli, addetto stampa dell’epoca: viaggiavamo spesso assieme. C’era poi un grande scopritore di talenti come Mino Favini. Ma potrei davvero fare tanti nomi a me cari».
A livello di allenatori l’ex libero del Como si sofferma su tre mister: «Ottavio Bianchi, Emiliano Mondonico, ma soprattutto Tarcisio Burgnich. Nel 1983 al mio ritorno sul Lario mi ha dato quella fiducia che qualche anno prima era mancata da Marchioro. Mi massacrava negli allenamenti, ma da lui c’era tanto da imparare. Burgnich, l’uomo che ha marcato Pelè nella finale dei Mondiali del 1970, portava le borse a massaggiatore e magazziniere. Una persona umile e un esempio: altro che certi ragazzi viziati che capita di incrociare e vedere oggigiorno nel calcio».
E con i compagni come sono i rapporti? «Buoni, ci si sente spesso ancora oggi attraverso le chat di WhatsApp. Tra di noi ci sono sempre stati rispetto e coesione. Non dico amicizia, perché nel mondo di calcio, dove le rose cambiano continuamente, è praticamente impossibile essere veri amici. Ma eravamo una vera squadra: penso ai primi tempi in cui marcavo Stefano Borgonovo in allenamento. Per me era come un fratello, ma ero sempre molto duro per abituarlo alle difese del campionato. Il rapporto di stima reciproca, con lui e con gli altri, non è mai mancato. Per esempio qualche anno fa ero a Roma con una mia squadra e chiamai per un saluto Antonio Tempestilli, team manager della Roma. Non ci sentivamo da tempo ma ci volle ospitare a Trigoria, con l’allora mister Luciano Spalletti che venne a parlarci e incoraggiarci».
E per quanto riguarda gli avversari? «Il Como era in A quando quello italiano era il campionato più bello del mondo. Anche in questo caso la lista di personaggi che ho incrociato è lunghissima, ma voglio ricordare due episodi con Michel Platini e Diego Armando Maradona».
«Eravamo seduti nel nostro spogliatoio prima di Como-Juventus e all’improvviso entrò Platini. Cercò Luca Fusi, giovane e timidissimo, e gli disse che al Como non aveva mai segnato e che quel giorno non doveva marcarlo troppo stretto. Maradona, invece, quando a Napoli si faceva il riscaldamento non si vedeva mai, poi arrivava 5 minuti prima della fine e si metteva a palleggiare in mezzo a noi con un limone. Un modo per mettere apprensione tra gli avversari: posso garantire che raggiungeva il suo scopo».
Tanti aneddoti e tante storie. Ma, per concludere, se Massimo Albiero dovesse fissare i suoi momenti più belli sul Lario? «Il gol decisivo contro la Cavese nel 1984, nella gara che ci regalò la promozione in A, il rigore segnato con la Cremonese in A nel derby vinto per 1-0, quello con il Lecce nel 1986 e la rete contro la Juventus nel pari al Sinigaglia del 1988».

Massimo Albiero nel 1987
Massimo Albiero al raduno del Como nel 1987


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