Como e Milano divise dalla guerra in un romanzo

Narrativa

 Un pezzo di storia di Como narrato attraverso un racconto. È il periodo compreso nella cosiddetta guerra decennale che oppose il comune di Como a quello di Milano tra il 1118 e il 1127. Viene raccontato dal sacerdote comasco Aldo Maesani nel romanzo Arcissa (New Press, pp. 146, 9,90 euro), che prende il titolo da una vecchia roccaforte celtica, ubicata in cima alla via che scendeva al castello di Lucino e saliva, attraverso Gironico, fino a Drezzo. I fatti rimandano all’epoca delle lotte

per le investiture e della riforma di papa Gregorio VII, che si batté per far cessare le ingerenze dell’imperatore nelle nomine ecclesiastiche. In questo contesto si inseriscono le vicende lariane, che vedono fronteggiarsi due vescovi nella guida della Diocesi comasca: l’uno, Guido Grimoldi, il prelato scelto dal clero, confermato dal pontefice e acclamato dal popolo, l’altro, il simoniaco Landolfo da Carcano, diacono della Chiesa milanese, nominato dall’imperatore, grazie all’amico e parente Ulrico, patriarca di Aquileia, sede di un grande centro arcivescovile, con cui Como aveva sempre mantenuto i contatti sin dal periodo dello Scisma dei Tre Capitoli. Così, in questa situazione complessa, andranno a farsi sempre più tesi i rapporti tra le due città lombarde di Como e di Milano, già in contrasto per motivi economici e commerciali, fino allo scoppio del conflitto, che coinvolgerà numerosi comuni limitrofi. Il nucleo della narrazione, che coinvolge località e personaggi storici, ad imitazione del genere letterario portato ai massimi livelli da Alessandro Manzoni, si concentra nel microcosmo dell’Arcissa ed i protagonisti locali, il prete Giovanni Malacorna, Guardinsacco, il cantastorie Lukas, si saldano con quelli di più ampia portata, tra i quali va annoverato il signore del castello di Lucino, Ottone, che gestisce un’ampia porzione di territorio in una zona strategica del Comasco.
Fonte della narrazione, che adatta il linguaggio al rango sociale dei suoi personaggi, colti mentre comunicano in latino, in dialetto con la parlata classica tedesca, è il cosiddetto Anonimo Cumano, cui si ispireranno nei secoli a venire storici locali quali il Giovio e il Cantù.

Cristina Fontana

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