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«Como e Ticino collaborino per non diventare periferie»

Convegno a Lugano sui rapporti transfrontalieriLa forza economica di Milano e Zurigo rischia di “schiacciare” l’area insubricaLa frontiera come fattore di sviluppo economico e sociale, via di uscita dalla trappola di una marginalizzazione all’interno del rapporto tra Milano e Zurigo, le due grandi metropoli che circondano l’area insubrica. È necessario, però, che tutti si impegnino nel collaborare e integrarsi. Anche dalla parte comasca del confine.È il risultato dell’incontro organizzato lunedì scorso a Lugano dall’Associazione Carlo Cattaneo per andare oltre la futile polemica sul numero dei lavoratori frontalieri, perché «puntare l’attenzione sulla questione dei frontalieri – ha detto Remigio Ratti, tra gli organizzatori della serata, nel suo intervento introduttivo – è come prendersela con il termometro che misura la febbre».Ha senso, oggi, pensare ancora a una cooperazione transfrontaliera? A questa domanda ha risposto Fabio Losa, direttore del servizio statistico cantonale a Bellinzona, secondo il quale «Ticino, Como e Varese e l’intera area insubrica corrono il rischio di diventare periferie all’interno della grande area economica Milano-Zurigo».Per scongiurare il pericolo serve fare leva sui fattori che rendono le due economie, quella ticinese e quella delle province lombarde di confine, complementari l’una all’altra: se a Como e Varese prevale l’industria, il Ticino si distingue per il terziario, l’alta finanza e l’alta tecnologia.Collaborare, integrarsi: facile a dirsi, un po’ meno a farsi. Gli ostacoli che si frappongono al raggiungimento di questo obiettivo sono molti. «La collaborazione oggi è debole – ha riconosciuto Losa – perché da parte italiana c’è scarsa conoscenza dei meccanismi produttivi e istituzionali dei ticinesi, mentre questi ultimi nutrono un’eccesso di diffidenza nei confronti dei vicini comaschi e varesotti».I punti deboli sono diversi: tra questi spicca la frammentazione politica da parte italiana e quella economica da parte ticinese. «L’Insubria soffre della mancanza di un vero polo economico che possa fungere da traino per l’intera regione», ha sottolineato Losa. Un ruolo a cui vorrebbe candidarsi proprio Bellinzona.«Il Ticino si sta dimostrando il motore trainante dell’economia insubre – ha affermato Valentina Mini, che dirige l’Osservatorio del lavoro dell’Università della Svizzera Italiana (Usi) di Lugano – Lo dicono i dati statistici e le rilevazioni economiche degli ultimi anni, durante i quali le province lombarde hanno pesantemente frenato, accusando i colpi della crisi finanziaria ed economica mondiale, mentre il Ticino è riuscito a resistere e anche a crescere, modificando i suoi equilibri produttivi per fare fronte alle cambiate esigenze dei mercati».C’è il problema della relazione tra imprese e università, insufficiente ad assicurare il necessario livello di innovazione. Un gap che comporta anche la mancanza di figure professionali di livello internazionale. Eppure, da questo punto di vista, le risorse non mancano: «Nell’area insubre sono presenti ben sei istituti di educazione universitaria: Usi e Supsi a Lugano, l’Insubria presente a Como e Varese, il Politecnico, sempre a Como, l’Accademia di Architettura di Mendrisio, la Liuc di Castellanza e, infine, l’Università del Piemonte Orientale di Novara», secondo il censimento fatto da Antonio Franzi, della Camera di Commercio varesina.Le basi su cui costruire, insomma, ci sono. Quello che manca, probabilmente, è la volontà. Almeno da parte italiana. All’incontro luganese, infatti, l’unica voce a Sud del confine era proprio quella della Camera di Commercio di Varese. E i comaschi?«Abbiamo fatto diversi inviti, ma nessuno ha dimostrato disponibilità a intervenire», ha rivelato Adriano Cavadini. Un sollecito implicito nei confronti di imprenditori e associazioni di Como e provincia.

Franco Cavalleri

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