«Como, troppi locali chiusi: non è degno di una città turistica»

Como dall'alto

Un panino, un’insalata, una pizza o una piadina? Sì, ma gambe in spalla. In molte vie di Como in questi giorni occorre rinunciarvi, o preventivare qualche passo in più per arrivare al primo locale che non ha scelto di abbassare la serranda per ferie. Molti esercizi commerciali, come avviene in agosto, sono chiusi, e però questo stona, nel caso di locali per la ristorazione, con una città che si vuole turistica, specie nella fase post-Covid 19 dove si parla tanto di turismo di prossimità per colmare almeno in parte la lacuna dovuta all’assenza di stranieri che ha messo in ginocchio il settore.
«Il fenomeno è conseguenza della pandemia – dice il presidente di Confcommercio Como, l’avvocato Giovanni Ciceri – C’è un clima di forte incertezza, i gestori dei locali non sanno cosa li aspetta a settembre e in molti hanno preferito la classica chiusura a metà agosto, in attesa che il futuro sia più chiaro. Ci sono incertezze non solo per la situazione sanitaria, ma anche per l’aspetto occupazionale: non si sa se e come assumere personale, e non c’è una situazione chiara sul fronte della cassa integrazione. Un tempo era compito dell’amministrazione locale definire i tempi delle aperture dei negozi, ora siamo in un regime di deregulation. In effetti, non è una situazione degna di una città turistica e mi auguro che a Como ci si possa confrontare in modo ampio e corale per garantire un’offerta migliore. Ripeto, ora su tanti ristoratori e baristi pesa tantissimo il clima di incertezza». Intanto Coldiretti segnala che circa 1 italiano su 4 ha scelto una destinazione vicino casa per agosto, all’interno della propria regione di residenza, ed in Lombardia il Lago di Como è tra le mete preferite.

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