Condannato all’ergastolo in due gradi di giudizio. Ma è agli arresti domiciliari

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Il delitto di Tavernerio
Misura chiesta e ottenuta per «motivi di salute»

La sentenza scritta dai giudici di primo e secondo grado sancisce «ergastolo». Carcere a vita, ma solo sulla carta. Perché, nella realtà, uno dei due uomini condannati al “fine pena mai” per l’omicidio di Antonio Di Giacomo, a meno di quattro anni dall’uccisione dell’imprenditore lecchese, è già tornato a casa. Arresti domiciliari, chiesti e ottenuti per «motivi di salute».
Antonio Di Giacomo è stato ucciso con due colpi di pistola alla testa meno di quattro anni fa, il 9 ottobre

2009, in un appartamento di via Cinque Giornate, a Como.
Nel dicembre del 2010, la Corte d’Assise di Como ha condannato all’ergastolo Emanuel Capellato e Leonardo Panarisi, 37 e 55 anni, che secondo l’accusa avevano interessi economici sospetti in comune. Un anno fa, la Corte d’Appello di Milano ha confermato la sentenza.
In carcere, però, dopo la condanna in secondo grado, Emanuel Capellato è rimasto solo qualche mese. Poi è tornato a casa. Le condizioni di vita in carcere, secondo quanto indicato nell’istanza presentata dai legali dell’uomo, Gerardo Spinelli e Paolo Della Noce, non erano adeguate per garantire al 37enne un corretto regime di cura. In altre parole, l’uomo avrebbe problemi di salute tali da richiedere un’assistenza che, in cella, non poteva essere effettuata correttamente.
Dal carcere, dunque, Capellato è tornato direttamente a casa, a Como. I legali difensori dell’uomo non vogliono commentare la notizia, limitandosi a confermare di aver chiesto e ottenuto per il 37enne i domiciliari. Nessuna indicazione precisa neppure sulla data del provvedimento che risale però ad alcuni mesi fa, anche se la notizia non è mai stata resa nota.
Nessuna informazione neppure sulle – eventuali – restrizioni imposte a Emanuel Capellato, dal momento in cui ha ottenuto, come detto, gli arresti domiciliari. Un dato oggettivo però è la presenza, sul social network Facebook, di un profilo aggiornato al maggio scorso del 37enne.
Senza violare la privacy dell’uomo, ma limitandosi semplicemente alla più elementare delle ricerche online – inserendo il nome dell’interessato in un motore di ricerca – almeno fino a ieri era possibile accedere alla pagina di Capellato, con foto aggiornata da poco. Almeno online, poi, il comasco ha mantenuto gli amici con i quali sembrerebbe avere contatti abituali, almeno virtuali.
Nessun commento, come detto, dai legali di Capellato. Al momento, il collegio difensivo è ancora in attesa della data della Cassazione, terzo e ultimo grado di giudizio.
Quello di Antonio Di Giacomo è ricordato come il delitto del furgone giallo. Il corpo dell’imprenditore lecchese, infatti, dopo l’omicidio era stato chiuso in un armadio e trasportato appunto nel furgone giallo che la stessa vittima usava per lavoro. Il mezzo era poi stato parcheggiato a bordo strada a Tavernerio, dove era stato scoperto il cadavere.
Secondo quando accertato nei primi due gradi di giudizio, alla base del delitto ci sarebbe stato un tentativo di rapina di un centinaio di orologi del valore complessivo di 1.800 euro. Panarisi e Capellato si sono sempre accusati a vicenda del delitto. Difficile dunque ricostruire esattamente chi abbia premuto il grilletto.
Per i giudici di Como e di Milano, i due imputati sono colpevoli allo stesso modo e meritano entrambi l’ergastolo.

Anna Campaniello

Nella foto:
Il ritrovamento, nell’ottobre del 2009, del furgone con il cadavere di Antonio Di Giacomo

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