Pioveva la sera del 14 ottobre 2015, quando l’architetto Alfio Molteni fu ucciso con un colpo di arma da fuoco sul cancello di casa. Stava andando in stazione a prendere il figlio. Il ragazzo, non vedendolo arrivare si incamminò a piedi verso casa. Sul cancelletto dell’abitazione, per non disturbare il nonno, chiamò il padre sul cellulare per chiedergli di aprire. Fu in quel momento, sentendo la suoneria del telefonino echeggiare poco lontano, che si accorse del papà riverso a terra, proprio mentre sopraggiungevano le prime ambulanze.
Il proiettile era entrato dalla coscia destra per fermarsi all’interno del corpo, in corrispondenza della zona addominale sinistra, bloccato da una superficie dura su cui probabilmente era appoggiato l’architetto al momento della colluttazione. Doveva essere un avvertimento, una gambizzazione, divenne un omicidio. A mandare gli uomini che uccisero Molteni, per la Procura, furono la moglie – Daniela Rho – e l’amante della donna, il commercialista Alberto Brivio. «Dovevano fare un atto intimidatorio ma c’è scappato il morto», disse al pm un amico di Luigi Rugolo, uomo quest’ultimo che era l’anello di congiunzione tra gli esecutori materiali degli atti intimidatori e i mandanti.
Pioveva, quella sera, a Carugo. E forse non è un caso che ieri, al momento della lettura della sentenza in Abbreviato per Daniela Rho, il cielo – coperto fin dalla mattina – abbia iniziato a scaricare acqua sul Tribunale di Como. «Venti anni»: questa la decisione del giudice Carlo Cecchetti su Daniela Rho, dispositivo che ha accolto in toto le richieste della Procura. «Quattordici anni e otto mesi», invece, per Giuseppe De Martino, ritenuto essere stato presente sul luogo del delitto. Alle parti costituite non è stata riconosciuta alcuna provvisionale, rimandando il tutto a un giudice civile. In aula c’erano i legali dell’ex moglie e del primo figlio di Molteni (avvocato Daniela Figini), delle figlie minorenni nate dal secondo matrimonio dell’architetto (rappresentate dal curatore speciale Giovanni Ceola), del fratello e del padre della vittima, difesi da Ivana Anomali.
«Non si può festeggiare una sentenza di condanna quando ti hanno ucciso o un fratello o un figlio – dice Ivana Anomali, legale che rappresenta il fratello e il padre di Molteni – Siamo però soddisfatti perché la richiesta fatta dalla pubblica accusa è stata confermata dal giudice».
«Attendiamo le motivazioni per comprendere come mai le attenuanti generiche sono state concesse con un grado di equivalenza e non di prevalenza – ha commentato Giuseppe Sassi, legale della Rho – Quando si discutono processi di questo tipo le aspettative della difesa sono più in linea con quelle del proprio assistito rispetto alla realtà processuale. Si tratterà di comprendere come si sia arrivati a questa pena, ma faremo Appello».Mauro Peverelli
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