Condizioni pietose, Monumentale preda dell’incuria. Il Comune: «Più cimiteri che addetti per curarli»

© Fotoservizio Antonio Nassa

Cimitero monumentale di Como, storie di ordinario degrado. Una piaga in cui mette il dito Nini Binda, ex assessore della giunta Botta: «Il nostro cimitero è abbandonato a se stesso – afferma in un lungo scritto sulla questione – Sono solito visitare il cimitero e ogni volta che affronto la tristezza di un addio, mi diventa sempre difficile trovare conforto al monumentale, piuttosto sono preda di una spirale di sconforto ed esco con una grande pena nel cuore».
Quali sono le pietre dello scandalo? «A parte l’erba nei vialetti – dice Nini Binda – non mi si venga a dire che non si hanno i soldi per buttare un po’ di diserbante, sono l’incuria e il degrado che mi preoccupano di più. Quando ero assessore in Comune, fui il primo a far mettere i servizi igienici al cimitero, occupandomi anche del decoro di quel luogo. Avevamo un contratto con la Global Service, che poi l’amministrazione Lucini ha abbandonato per consegnare la manutenzione alle cooperative sociali, scelta che a guardare i risultati fa davvero piangere. Non si può continuamente farsi scudo con “non ci sono i soldi”, per mettere in ordine il cimitero si parte dalle piccole cose. Non c’è sensibilità e rispetto per chi ci ha preceduto e nemmeno per coloro che vivono il momento del lutto».

Un altro nodo da risolvere è il forno crematorio, servizio tuttora sospeso: «Altro pesante segno di poca civiltà», sostiene Binda. Che aggiunge: «Ci sono città al pari di Como in cui il Comune offre un servizio che davvero aiuta i cittadini anche ad affrontare la perdita di un familiare, nella gestione di cerimonia funebre e sepoltura. A Como siamo fermi al diserbante dimenticato e alle erbacce nei vialetti».
Da parte sua l’assessore ai Servizi Cimiteriali Marcello Iantorno ricorda la particolare «complessità» di Como, «un capoluogo che ha nove cimiteri da gestire, eredità di un territorio conformato in più Comuni che poi si sono riuniti. Dal punto di vista sociale è una ricchezza, ma anche un forte costo di gestione. Abbiamo più cimiteri che addetti. In futuro, per risolvere una questione che abbiamo ben chiara, e su cui oltre un anno fa abbiamo stilato un apposito dossier presentato in una commissione consiliare, si dovrà insistere sull’esternalizzazione, che andrà arricchita con disciplinari rigorosi e rigorosamente controllati. Si dovrà anche intervenire sulle criticità strutturali e, entro l’anno, una volta lanciato il bando che è in via di definitivo perfezionamento, partire con i lavori per il nuovo forno crematorio ».

«Siamo ben consci dei problemi evidenziati da Binda – continua Iantorno – ma è evidente che non abbiamo più la ventina di addetti di un tempo, il che implica una scelta di priorità, il reperimento delle risorse e un’agenda di interventi. Abbiamo però un personale ridotto ai minimi termini, di poche unità, a volte con orario ridotto o mansioni alleggerite. Personalmente proprio un paio di giorni fa mi sono attivato, come già lo scorso agosto, per i ritardi nel diserbo del monumentale, presso la cooperativa che ne ha l’incarico. Settimana prossima dovrebbe essere completato. E come ho potuto constatare in un incontro con alcune imprese funebri, è evidente che in Comune è necessaria una migliore organizzazione all’interno degli uffici tra aspetto amministrativo e tecnico.

Intanto, impera il degrado. «Mi stupisco che sull’argomento non intervenga la curia», conclude il suo intervento Nini Binda. Da parte sua don Andrea Straffi, che dal 2011 è direttore dell’Ufficio Arte Sacra della diocesi e responsabile dell’“Ufficio Inventariazione Beni culturali e artistici” della curia, sottolinea che siamo di fronte a un preciso segno dei tempi: «Anche nella comunità cristiana si sta perdendo il senso del valore del corpo umano, delle sue spoglie e del suo ricordo. La conservazione della memoria è sempre più carente e problematica, e avviene per i nostri cimiteri quel che avviene per le nostre chiese: al di là degli aspetti pratici di tipo gestionale e logistico, la radice vera dello stato di abbandono di cui si parla è di tipo antropologico, e riguarda lo sguardo sulla memoria (in questo caso dei defunti) che si affievolisce. C’è sempre meno fede, per questo si tende a dimenticare. E dove c’è appartenenza c’è anche affetto, tendenza alla cura, conoscenza. Dove mancano, ha la meglio il degrado».
L.M.

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