Confine, muro simbolico di retorica e propaganda
Politica, Territorio

Confine, muro simbolico di retorica e propaganda

Il commento

di Dario Campione

«Come mai nell’era del web planetario e del maximum di mezzi di comunicazione, minima è la comprensione? Evidente il divorzio delle parole (verba) dalle cose (res)». L’ex rettore dell’Università di Bologna e insigne latinista, Ivano Dionigi, ha pubblicato qualche mese fa un libro di straordinario interesse: Il presente non basta (Mondadori). Un testo densissimo, che partendo dallo studio della lingua madre arriva dritto alla politica e alla modernità. Tanti gli spunti che Dionigi consegna a chiunque voglia seriamente ragionare sulle questioni più o meno importanti che agitano il proprio e l’altrui mondo. Ad esempio, che «le cause, anche le più giuste, si perdono se affidate ad avvocati sbagliati». E che la retorica, soprattutto se «fanatica, morbosa e misticheggiante» sfocia sempre nella «propaganda che chiude e discrimina», mai nella «cultura che libera e unisce». Questa lunga premessa sarà perdonata a chi scrive ma serve a introdurre un tema particolarmente sentito dalle nostre parti, ovvero il rapporto tra territori di confine. Viviamo lungo la linea di frontiera. Che attraversiamo quasi senza accorgercene. Qualcuno, però, ce lo ricorda in ogni istante possibile. E tenta di trasformare quella linea in un muro. Se non di mattoni, almeno simbolico. Da anni una parte della politica ticinese ha scelto l’Italia e i frontalieri come propri avversari, costruendo il consenso elettorale su una vera e propria guerra di parole. Quando queste ultime non sono state più sufficienti, si è andati oltre. Così i frontalieri sono diventati «Ratt» sui manifesti e bersaglio preferito persino di alcuni membri del governo cantonale. Il clima si è purtroppo appesantito fino a diventare irrespirabile. E senza alcuna ragione. Perché l’economia delle zone di frontiera vive degli scambi – di uomini, di risorse, di culture – e al vociare di chi ha invocato barriere e protezionismi di ogni genere si è contrapposta una realtà diversa, fatta di lavoro, crescita economica, sviluppo. Da quando le destre ticinesi urlano a squarciagola contro i frontalieri, questi ultimi sono quasi raddoppiati. E nulla ha fatto nemmeno la Lega dei Ticinesi da quando (aprile 2011) detiene la maggioranza relativa in governo, se non obbligare i richiedenti del permesso di lavoro a farsi rilasciare in Tribunale la fedina penale. Ma tornando a Dionigi e al divorzio tra le parole e le cose, c’è da chiedersi quanto incida su questo clima da grottesca caccia alle streghe il desiderio di alcuni di vellicare la pancia dell’opinione pubblica. Nei giorni scorsi, su un sito di informazione ticinese è apparso un articolo a dir poco incredibile. In cui si leggeva questo: «Ci pare francamente inaccettabile che un primario di un ospedale pubblico risieda in Italia e abbia lo statuto di frontaliere. E che quindi, al di là delle imposte alla fonte, in Ticino lasci poco o nulla di quel che guadagna (dalle tasse all’indotto, affitto, consumi, e via dicendo). È inaccettabile non che abbia la cittadinanza italiana, sia chiaro, ma che non viva nel Paese in cui lavora. Perché qui non stiamo parlando di un infermiere o di un capo-clinica. Ma di un primario, dunque di un medico che ricopre un ruolo di alta responsabilità e che per questo viene debitamente remunerato. Stiamo parlando, per di più, di un primario (anzi, di un pluri-primario) dell’Ente ospedaliero cantonale». L’unica cosa inaccettabile di questa vicenda è l’articolo che la racconta. Poiché non si tratta di una notizia né di un fatto rilevante. Si può contestare un medico che non ha la laurea e si spaccia per tale o un medico che non azzecca una diagnosi. Oppure, un medico che dimostri, sul campo, di non saper fare il proprio mestiere e occupi una posizione che altri, migliori di lui, potrebbero giustamente pretendere. Il resto, come dice Dionigi, è retorica senza senso. Siccome guadagna bene – è un primario, non un infermiere qualunque – questo medico italiano avrebbe il dovere di vivere in Ticino. Una tesi stupefacente. Che diventa articolo (e vorrebbe diventare notizia) con il solo obiettivo di fomentare reazioni a catena e alimentare il fuoco della polemica. Detto, fatto. Due deputati cantonali dell’Udc interrogano il Consiglio di Stato chiedendo se non sia necessario e giusto «pretendere» che il medico viva in Ticino. Beninteso: «non si vuol di certo mettere in dubbio le capacità professionali del medico in oggetto», scrivono i due deputati. Ma intanto lanciano un sasso. Sapendo che cosa andrà a colpire: l’immaginario di chi vede il confine come una barriera e non come un punto che unisce. Nell’era del maximum della comunicazione, la comprensione è minima. Per scelta.

2 aprile 2017

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Mario Rapisarda

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