Coronavirus, la guerra dei decreti fra Stato e Regione. E chi ci rimette alla fine sono i cittadini

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Il 31 gennaio scorso, e per i successivi 6 mesi, il governo italiano ha dichiarato lo stato d’emergenza per l’epidemia di Coronavirus sulla base del cosiddetto Codice della Protezione civile. Lo ha fatto (o almeno avrebbe dovuto), come dice la legge, «in raccordo con le Regioni e le Province autonome». Ma qualcosa non ha funzionato. Se da febbraio a oggi, le sole Regioni hanno emanato 392 tra «leggi, ordinanze, decreti, note esplicative, chiarimenti applicativi, determinazioni, chiarimenti di interesse generale e interpretazioni autentiche» in materia di Covid-19. Una giungla normativa. Cui dovremmo aggiungere gli atti firmati dai sindaci e dai presidenti delle Province: qualche migliaio di delibere, la gran parte del tutto superflue.
Simone Mallardo, sul sito Federalismi.it, tiene la contabilità di questa bulimia legislativa. Chi avesse voglia di passare il tempo tra i più astrusi e inutili codicilli, troverà pane per i suoi denti.
La cosa curiosa è che questa selva selvaggia di norme, cresciuta senza freno perché innaffiata dalla spocchia di legulei di ogni risma, dovrebbe essere conosciuta dai cittadini. I quali sono tenuti, ovviamente, a rispettare la legge. Sembra una barzelletta, ma è la triste realtà di un Paese che appena due anni fa, il 2 gennaio 2018, ha varato un Codice della Protezione civile. Una normativa quadro che, in teoria, quando la situazione si fa complicata, dovrebbe evitare proprio il proliferare da ogni dove di cavilli e sofismi.
Dovrebbe. E invece, ogni giorno di questa lunga traversata nel deserto del Covid-19 leggiamo di governatori, sindaci e ministri che si pestano i piedi decidendo gli uni in contraddizione con gli altri.
Gli 11 decreti del governo e l’unica legge di conversione approvata dal Parlamento, evidentemente non bastano. «Navighiamo a vista – dice Giorgio Grasso, costituzionalista e docente di diritto pubblico all’Insubria, dove dirige il centro di ricerca su federalismo e autonomie locali – abbiamo un sistema regionale che in questo momento così complicato è ancora più in sofferenza; l’eccezionalità della situazione ha fatto emergere una conflittualità tra livelli istituzionali che, spero, non dipenda soltanto dalla collocazione politica. In un assetto di democrazia plurale – dice ancora Grasso – le Regioni sono un contro-potere reale e io non auspico un loro ridimensionamento. Certo è che i luoghi del potere dovrebbero essere anche i luoghi della responsabilità, motivo per cui in una situazione di emergenza assoluta le decisioni andrebbero prese con giudizio».
Un esempio pratico? «Quando si discute di ripartenza, di fase 2 – dice il costituzionalista – stabilire le regole per la coltivazione dell’orto non è la stessa cosa che dare via libera alle attività produttive più importanti o alla riapertura della scuola».
Il pericolo, conclude Grasso, è che «in questo intreccio di fonti le ordinanze intervengano prima delle leggi o che diritti e libertà fondamentali siano negati da chi non ha titolo a farlo».
Soprattutto, si corre il rischio che il cittadino, smarrito e disorientato, non sappia che fare.
La politica appare consapevole di questo rischio, però si comporta in modo contraddittorio. Dice Alessandro Fermi, avvocato e presidente del consiglio regionale della Lombardia: «Questa esperienza insegna come le competenze concorrenti tra Stato e Regioni creino difficoltà nell’individuare le responsabilità. Maggiore chiarezza aiuterebbe non soltanto a decidere ma pure a valutare l’operato di ciascuno». Anche in Lombardia, secondo Fermi, la sovrapposizione di ordinanze e decreti «ha creato confusione e difficoltà d’interpretazione e non ha aiutato i cittadini. Purtroppo la concorrenzialità genera problemi e ritardi. Se dovessi scegliere un modello, abolirei le materie concorrenti, sulle quali si riapre sempre il gioco politico. Fatta salva, ovviamente, la necessità di un coordinamento unico in caso di emergenza. Perché se ognuno fa come vuole, alla fine non si ottiene alcun risultato».
Per il segretario regionale del Pd, Vinicio Peluffo, il caos è invece figlio di scelte politiche precise. «Per la fase 2 è stata istituita una cabina di regia nazionale nella quale le Regioni sono rappresentate dal presidente emiliano Stefano Bonaccini e dal governatore lombardo Attilio Fontana. Anziché annunciare in maniera estemporanea, come ha fatto l’altro giorno, le sue idee, Fontana ha l’occasione di rapportarsi al tavolo con gli esperti e di presentare un piano dettagliato sul come affrontare la ripartenza. La sua ansia di comunicazione ha invece prodotto errori, omissioni, danni e inefficienze. Non è passato giorno, nell’ultimo mese, in cui la Regione Lombardia non abbia tentato di scaricare sul governo le sue colpe. Una cosa davvero intollerabile».

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