Crisi economica, calo demografico e formazione. Ecco perché aumentano i frontalieri in Ticino

passaggio doganale per i frontalieri

Quando i numeri fanno notizia vuol dire che i fatti da raccontare sono decisamente grandi o infinitamente piccoli. La via di mezzo è sempre una situazione di normalità, e di solito non sale all’onore della cronaca.
Il boom dei frontalieri in Canton Ticino appartiene alla prima categoria, quella dei fatti molto grandi.

Alla fine del terzo trimestre 2019, secondo l’ufficio statistico della Confederazione (Ust), passavano ogni giorno la dogana 67.900 lavoratori. Quasi il doppio dei 35mila considerati sino a pochi anni fa alla stregua di una soglia psicologica impossibile da superare (e da sopportare).
I motivi della crescita esponenziale dei frontalieri sono numerosi. Le letture ideologiche o semplificatorie – ad esempio quelle della Lega dei Ticinesi sugli «spalancatori di frontiere» – non sono in grado di dare spiegazioni convincenti. Sono utili a tenere alta la tensione politico- elettorale, ma alla lunga sembrano aver stancato, come dimostrano le ultime sconfitte del movimento di via Monte Boglia alle cantonali di aprile e alle federali di ottobre.

La questione, come si diceva, è molto più complessa. Intanto, c’è un tema di natura burocratica. Come ha ricordato ieri il Corriere del Ticino, tra gennaio e settembre di quest’anno le autorità ticinesi hanno dato via libera a 13.654 autorizzazioni ai frontalieri – i famosi “permessi G” – contro le 5.085 dello stesso periodo del 2018.

L’aumento del 7,9% su base annua è in realtà fittizio: quei lavoratori c’erano già, e sono emersi nella loro consistenza grazie alla velocizzazione delle pratiche rimaste in sospeso negli uffici cantonali.
Alla fine di dicembre 2018 i frontalieri (già al lavoro) in attesa di avere il visto definitivo erano 18.451 (con 7.281 nuove domande); alla fine di settembre 2019 erano invece 1.528.

Peraltro, c’è da notare come la misura del casellario giudiziale obbligatorio, sbandierata dal consigliere di Stato leghista Norman Gobbi come il freno che avrebbe impedito l’invasione dei frontalieri, si sia rivelata inutile. È stata piuttosto un gigantesco regalo allo Stato italiano, che ha incassato in pochi anni poco meno di 2 milioni di euro grazie alle marche da bollo obbligatorie per il rilascio del certificato.

Ma i fattori di crescita del frontalieriato, dice Moreno Baruffini, analista dell’Istituto di Ricerche Economiche (Ire) dell’Università della Svizzera Italiana, sono almeno 3: la delocalizzazione delle imprese italiane in Ticino, la stasi demografica del cantone e la qualità della formazione di chi proviene dall’Italia. «Nei momenti di crisi, qual è l’attuale, aumenta il tasso di aziende che si spostano dalla Lombardia al Ticino portandosi dietro anche la manodopera – dice Baruffini – il differenziale della pressione fiscale è un enorme vantaggio, permette all’impresa di avere meno costi e più margini». Poi c’è la questione demografica, che per il ricercatore dell’Ire è un dato chiave. «Negli ultimi anni la popolazione non è cresciuta, nemmeno grazie agli immigrati. Poiché la società invecchia, la base degli attivi diminuisce, motivo per cui ricorrere al frontalierato diventa in pratica indispensabile».

Altro fattore determinante, la formazione. «Un lavoratore non si forma dall’oggi al domani. Nelle produzioni di bassa qualità è forse più facile inserire manodopera non qualificata, ma per avere competenze servono anni. In Ticino arrivano giovani formati dalle università italiane e questo è un vantaggio indubbio, anche perché la Svizzera spende nulla per la formazione, mentre Roma investe tantissimo su persone che alla fine lasciano il loro Paese per lavorare all’estero».

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