Da lontano giunse una nuvoletta che mutò le nostre abitudini

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Memorie lariane
di Renzo Romano

Non è storia, quella di oggi, da ricordare con la levità e la leggerezza, qualche volta intrise di un pizzico di rimpianto e di malinconia, che solitamente accompagnano il mio narrare intorno a “come eravamo” tanti anni fa.
Riaffiora, nel ricordo, un sentimento di paura, smarrimento, angoscia. Il calendario recita 26 aprile dell’anno 1986. L’orologio segna l’1.23 dopo la mezzanotte. Un’esplosione nella centrale atomica di Chernobyl, in Ucraina, libera nel cielo d’Europa una quantità

di sostanze radioattive duecento volte superiore alle esplosioni di Hiroshima e Nagasaki messe insieme.
I primi segnali di questa esplosione sono captati in Italia, a Ispra. Una nuvola, una nuvoletta radioattiva, dopo un lungo viaggio si ferma sul bel cielo di Lombardia con il suo carico di radioattività. Tra i comaschi si insinua la paura, tanta paura. In quei terribili e inquietanti giorni di aprile è questo il sentimento dominante.
La gente è tempestata di notizie contraddittorie, ora rassicuranti ora preoccupanti. Non si sa cosa fare, come comportarsi, come mettersi al riparo dal pericolo di essere contaminati.
Quella maledetta nuvola che staziona nel bel cielo di Lombardia con il suo carico di radioattività mette a nudo la fragilità dell’uomo, ne ridisegna i limiti, ne ridimensiona le ambizioni di dominare la natura a proprio uso e consumo.
I comaschi, gli occhi al cielo, oppressi da un senso di impotenza, eppure calmi e consapevoli della gravità dell’accaduto, seguono con preoccupazione l’evolversi della situazione. Palpabile tra la gente la sensazione che quella nuvola avrebbe cambiato il futuro del mondo.
Mutano le abitudini alimentari. Le massaie comasche si adeguano prontamente. Scompaiono dalle tavole insalate, verdure fresche, ortaggi, funghi, frutta; le erbette appena colte nell’orto di casa finiscono nella spazzatura, le primizie coltivate con cura strappate e subito gettate nel bidone dei rifiuti.
Le voci più disparate si accavallano. Le patate si possono mangiare… Inevitabile l’aumento del loro prezzo sui banchi del mercato. No, le patate sono inquinate, quindi pericolose, nessuno le compra più… Il prezzo sui banconi va giù.
Gli spinaci e il prezzemolo sono sicuri… Ed ecco che diventano accessibili solo a portafogli adeguatamente gonfi.
Ricordo che mia moglie Paola, con il suo solito senso pratico, aveva piantato nella fioriera sul balcone di casa, invece dei soliti bulbi di tulipano, semi di prezzemolo le cui foglioline cominciavano ad affiorare proprio in quei giorni.
Nulla poté la paura di essere contaminato, del tutto scientemente, anche per non dare un dispiacere al riconosciuto “pollice verde” di mia moglie, confesso di avere mangiato impunemente quel freschissimo prezzemolo a costo zero, alla faccia di quella nuvoletta che non voleva saperne di andarsene dal cielo di Como.
Le informazioni sono contraddittorie e niente affatto rassicuranti. Il latte è inquinato, le uova contaminate, i funghi pure, la carne va evitata, la nuvola radioattiva è sempre lì, ben in vista sopra di noi, con il suo carico di sostanze radioattive… Di vento amico, ahimé, non c’è traccia.
La tragedia assume in qualche caso i colori della farsa. Tragicomica la storia delle alborelle. Le autorità sanitarie lombarde decretano che quelle del Lago di Como sono radioattive e quindi assolutamente non commestibili perché pericolose per la salute. Di là della frontiera invece, assicurano le autorità ticinesi, le alborelle pescate nel Lago di Lugano sono del tutto commestibili.
I comaschi e i ticinesi si interrogano su chi abbia ragione. Si insinua il sospetto che le nuvole radioattive non si siano fermate alla dogana di Ponte Chiasso, ma a determinare la contrastante pericolosità delle alborelle comasche e ticinesi sia solo la stima diversa nella soglia di pericolosità delle radiazioni.
I comaschi, e anche i ticinesi, passano i giorni con il naso all’insù: scrutano, annusano, sospirano, aspettano impazienti che quella nuvoletta si allontani…
Ricordo che partecipai, qualche tempo dopo la vicenda, come cronista, a un convegno a villa Olmo in occasione del quale illustri scienziati e studiosi affermarono che a Como gli effetti della “nuvoletta” innamorata del nostro bel lago si sarebbero sentiti vent’anni dopo con un incremento significativo di tumori e malattie causate dall’inquinamento radioattivo del territorio.
Oggi, quasi trent’anni dopo l’arrivo di quella nuvoletta, non è agevole stabilire la fondatezza di tali ipotesi, perché i danni all’ambiente e, di conseguenza, alla salute, eventualmente riconducibili al disastro di Chernobyl, hanno trovato ulteriore contributo nel progressivo degrado ambientale del nostro territorio, combattuto con le aspirine dei blocchi domenicali delle automobili.
La paura di trent’anni fa per quella nuvoletta piena di sostanze dannose sembra dissolta nella rinnovata incoscienza e presunzione di molti di poter gestire la natura. La levità delle nuvole soggette all’umore del vento dovrebbe invece suggerire maggiore attenzione prudenza e umiltà.
Nelle fioriere del balcone di casa mia oggi non occhieggiano più le foglioline di prezzemolo, affiorano i gerani. Sgomento e paura si sono dissolti. Delle alborelle discriminate nessuno parla più: comaschi e ticinesi hanno trovato l’accordo. Alt ai pregiudizi: le alborelle del Lago di Como e quelle del Lago di Lugano “pari” sono, almeno dal punto di vista commestibile.
La nuvoletta di Chernobyl è solo un inquietante ricordo sempre più sbiadito.

Nella foto:
Il titolo a tutta pagina del “Corriere della Sera” che annuncia gli effetti, anche psicologici, del disastro di Chernobyl

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