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Da paradiso fiscale a inferno degli evasori. La “voluntary disclosure” spaventa il Ticino

Le banche luganesi temono la fuga in massa dei depositi italiani(da.c.) La legge per il rientro dei capitali dall’estero sarà in vigore a breve, dopo la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale. Ma è già argomento di discussione in ogni ufficio della Lugano finanziaria, in ciascuno dei tantissimi desk al quale lavorano operatori bancari, fiduciari, esperti tributari del Canton Ticino, tradizionale (e sin qui inespugnabile) deposito del denaro sottratto al fisco italiano.Partite tra molti dubbi e tentennamenti, in nove mesi le norme sulla voluntary disclosure

sono diventate realtà. Non senza sorpresa, soprattutto dall’altra parte della frontiera, dove per una volta la determinazione della politica italiana ha colto molti commentatori impreparati.Secondo quanto approvato dal Parlamento, i contribuenti avranno tempo fino al 30 settembre del prossimo anno per decidere come muoversi. Se cioè “denunciarsi” all’Agenzia delle Entrate e pagare quindi una multa comunque abbastanza salata o trasferire altrove i propri soldi. O, ancora, lasciare tutto nel forziere rossocrociato, sperando che nulla cambi.In realtà, le cose sono destinate a mutare decisamente fisionomia. Oltre al nuovo reato di autoriciclaggio, che punirà chi evade le tasse e reinveste gli utili ottenuti in nero, ciò che potrebbe mettere fortemente in crisi gli “attendisti” e coloro i quali confidano in un futuro del tutto simile al presente è lo scambio automatico di informazioni. Una procedura che, dal 2018, scoverà “automaticamente” gli evasori che hanno depositato i loro soldi nei paradisi fiscali.Anche la Svizzera – oggi considerata appunto un paradiso fiscale e, per questo, tuttora inserita nello sgraditissimo elenco in nero (la black list che tanto fa dannare gli animi confederati) – ha aderito alla convenzione Ocse in cui è previsto lo scambio automatico delle informazioni. Tra quattro anni, le autorità fiscali italiane dialogheranno con molta rapidità e maggiore efficacia con le autorità fiscali elvetiche. A quel punto, i tesoretti piccoli e grandi oggi placidamente conservati nelle banche rossocrociate potranno essere aggrediti dall’occhiuto erario tricolore. Con la nuova legge, peraltro, non sono più al sicuro nemmeno le cassette di sicurezza, equiparate ai conti correnti e quindi parimenti visionabili in caso di scambio informativo tra Stati.Lo scenario che si annuncia nei prossimi mesi spaventa non poco gli istituti di credito svizzeri, già duramente colpiti in questi ultimi anni dalla crisi internazionale ma anche dai vari “scudi” tremontiani. Dal 2007 al 2013 i dipendenti delle banche in Canton Ticino sono diminuiti di circa 1.500 unità, passando da 8mila a meno di 6.500. Anche gli sportelli della piazza luganese sono calati drasticamente. Così come il numero complessivo di operatori del settore: fiduciari, consulenti, broker.Per capire la dimensione del fenomeno è sufficiente osservare il gettito fiscale generato per la Città sul Ceresio, passato dai 107 milioni di franchi del 2005, ai 19 del 2013 e ai 12 stimati per il 2014.Un crollo, quest’ultimo, che ha messo in ginocchio anche il bilancio della stessa Lugano, oggi alle prese con la più pesante crisi finanziaria della sua storia.

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