Dagli archivi le “diverse lingue” motori d’Europa

Lorenzo Tomasin

Sette “storie linguistiche” in un viaggio tra frontiere alla scoperta di archivi privati che con i loro documenti raccontano un periodo di passaggio, quello tra Medioevo ed età moderna, in cui prendono forma i vari volgari europei discesi dal latino. Sono le storie che racconta nel suo nuovo libro Europa romanza, appena edito da Einaudi, Lorenzo Tomasin, docente di Filologia romanza e Storia della lingua italiana a Losanna e direttore del Vocabolario storico-etimologico del veneziano che il suo ateneo cura insieme con la Scuola Normale Superiore di Pisa.
Tomasin si definisce uno studioso europeo che lavora in Svizzera, erede di una lunga tradizione di cattedratici italiani impegnati nella Confederazione, si pensi a Gianfranco Contini. Significa anche difendere la lingua di Dante in un contesto multilinguistico?
«Uno dei ruoli più tipici dell’italianista all’estero è la promozione e la valorizzazione internazionale dell’italiano – dice Tomasin – In Svizzera, questo ruolo si arricchisce e si complica perché qui l’italiano è lingua nazionale, insomma interna non straniera, e perciò può e deve dialogare in condizioni di parità con tedesco, francese e romancio. In una simile composizione, la prospettiva tipica del filologo romanzo, che guarda alle lingue neolatine in una prospettiva integrata e risente inevitabilmente della grande tradizione germanica di questa disciplina, è particolarmente ricca di senso».
Il plurilinguismo di cui è documento il materiale su cui ha lavorato (il discorso si lega anche al precedente libro einaudiano Il caos e l’ordine) oltre ad avere un destino e un senso letterario (pensiamo alla linea che da Dante porta fino a Gadda) ha anche un significato sociologico (lei parla di costruzione della coscienza linguistica che nasce dall’incrocio delle culture), come fotografia di una densità in perenne mutamento  che dipende da fattori economici e appunto sociali con cui la lingua si cimenta costantemente. Il tutto ha anche un significato per l’oggi: capire che il multilinguismo che ha contribuito alla formazione delle lingue volgari è un precedente che non deve farci spaventare di fronte alla mescidanza di culture e lingue del presente globalizzato.
«Riflettere su plurilinguismo degli individui e multilinguismo della società guardando alla fine del Medioevo o all’inizio dell’età moderna è certo molto utile per considerare nella giusta prospettiva gli stessi fenomeni e le stesse dinamiche nel mondo contemporaneo. D’altra parte, ho scritto esplicitamente che questo libro si propone di indicare la compresenza e la mescolanza di lingue e culture come fattori fondanti – e quindi ancora oggi importantissimi – per l’Europa».
Un personaggio come Beolco detto il Ruzante con le sue commedie rusticali e che lei cita nel capitolo su Orlando Di Lasso dove c’è anche un raffronto con il comasco Paolo Giovio, non sarebbe interessante anche dal punto di vista della prospettiva della sua ricerca? 
«Certamente : dietro – o meglio contemporaneamente – ai fatti di plurilinguismo privato che racconto in questo libro, c’è il grande filone della letteratura plurilingue italiana, particolarmente florido in età rinascimentale. Credo che le due prospettive – quella letteraria e quella non-letteraria, spesso trascurata negli studi – siano tra loro perfettamente complementari».
Lei lo scrive a chiare lettere nell’introduzione: le “diverse lingue” dantescamente parlando si possono studiare con profitto anche  se non meglio sui testi di produzione quotidiana e non letterari che sono più complessi e articolati, il suo è quindi un appello a tornare a rovistare negli archivi a intensificare la ricerca documentaria ed epigrafica? E a questo punto quanto e quale lavoro va fatto per metterli in rete, aprirli più e meglio, sistematizzarli o è tutto ancora troppo demandato alla buona volontà degli studiosi, tesisti e professori?
«Sì, gli archivi devono tornare al centro dell’attenzione e dello studio anche in quegli ambiti della ricerca in cui finora ad essere dominante è stata – per così dire – la biblioteca. Lavorando ai capitoli di questo libro mi sono reso conto che in Italia e in Europa, anche a livello locale, non solo nei grandi archivi centrali, ci sono realtà archivistiche eccellenti, capaci di mettere a disposizione e di rendere fruibile in modo mirabile il loro patrimonio. Si pensi, per l’Italia, all’archivio di Stato di Prato, che con la digitalizzazione dell’archivio Datini ha reso un servigio enorme agli studi».

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