Cronaca

Dal bar all’ufficio, quei due o tre addetti al foglio bianco

Palazzo di vetro di Emanuele Caso
Sono due o tre in tutto (su oltre un migliaio). O forse di più, ma quelli che incrocio io quasi ogni giorno non arrivano certamente oltre quel numero. Per loro – lo dico subito – non provo alcun astio personale. Anzi, posso garantire che dopo tanti anni ho maturato una simpatia sincera. E, a pensarci meglio, non potrei nemmeno farne a meno, così come la stessa amministrazione comunale di Como avrà sicuramente ottimi motivi per mantenerli in servizio.
Parlo di quei due o tre dipendenti

di Palazzo Cernezzi che, questa è la mia conclusione, sono stati assunti con un incarico specifico: spostare un foglio bianco. In eterno. Lo fanno con grande impegno, tra l’altro. Il volto è spesso teso, segnato dalla tensione per l’importanza del compito. Il passo, in media, è un “andante con brio”, generalmente verso il bar di fronte. Quando ti si parano davanti, sono sempre sorridenti e gentili. Non si fanno pregare se scorgono nell’interlocutore una disponibilità – anche minima – a scambiare due chiacchiere. Milan, Cristina del Basso e meteo sono gli argomenti politico-amministrativi più gettonati. Poi, con teneri baffi di cappuccino appena accennati sul viso, il dipendente con il foglio si allontana. Verso mete sconosciute ai più, invero. Il pensiero naturale è che vada a consegnare il “documento” a qualcuno. Su qualche scrivania. In qualche archivio polveroso. Ma si tratta di un qualcuno che non c’è.
Di una scrivania che non si trova. Di un archivio dei sogni. L’indomani sarà tutto uguale. L’uomo del foglio bianco sarà ancora lì, sorridente, enigmatico, misterioso. Pronto a girovagare per anni, forse senza un motivo. Sicuramente, senza una meta.

14 marzo 2010

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