Dal marketing al delitto. Tutto in pochi mesi

Il retroscena della trattativa per l’armeria
I futuri soci stavano studiando come rilanciare il negozio
Tutto, in questo delitto, è ruotato attorno all’ormai ex “Arrighi Armeria dal 1938”, storico negozio di Como dove avvenne l’omicidio. Perché il movente fu prettamente economico, tra due persone che tra l’altro erano in trattativa per diventare soci. Anzi, lo sarebbero diventate poche ore dopo i colpi di pistola del 1° febbraio 2010. Arrighi era in difficoltà economica, Brambilla si era offerto ti aiutarlo per rilanciare l’attività. Abbiamo ritrovato tra le carte mai utilizzate dalle parti
civili per il processo alcuni fogli inediti, scritti a penna proprio da Alberto Arrighi. Mappe delle provincie della Lombardia, con tutte le armerie in attività città per città. Una sorta di studio di marketing realizzato dai due futuri soci, forse per convincersi che sul Lario c’era spazio per ripartire, essendo una delle province con meno negozi di armi. «Altro che Bergamo, oppure Pavia, Brescia e Varese», avranno pensato Giacomo e Alberto. Insomma a Como, in via Garibaldi, c’era spazio per gli affari. Giacomo e Alberto parlarono anche del nome della loro attività: tenere quello noto, “Arrighi Armeria dal 1938”, oppure dare una ventata di novità seppur nell’ambito della tradizione, “La grande armeria Arrighi dal 1938”. Siamo nei mesi finali del 2009. All’omicidio mancano una manciata di giorni, fatto di sangue ancora più clamoroso alla luce di quando detto e scritto.
«Alberto mi disse che il futuro socio era un soggetto che godeva della sua piena stima e fiducia», dirà poi il commercialista di Arrighi ai magistrati.
Trattative iniziate nell’ottobre 2009 e successive a un prestito a perdere di oltre 80mila euro fatto da Brambilla al futuro nuovo compagno d’avventura. Il 30% iniziale di quote, con cui doveva entrare Giacomo, diventò il 70%.
La spiegazione è data dal commercialista di Brambilla agli inquirenti: «Il 30% iniziale e l’iniezione di capitale liquido non avrebbero garantito la copertura dei debiti già esistenti». La società sarebbe poi stata gestita da un consiglio di amministrazione composto dai due soci «di cui Brambilla avrebbe assunto la qualità di presidente». Una trattativa che si arenò perché, dice il professionista di Brambilla, «non avevamo ancora ricevuto la effettiva situazione patrimoniale dell’armeria». Poi le quote cambiarono ancora. «Il 95% a Brambilla e il 5% ad Arrighi – prosegue il commercialista – Brambilla mi disse che Arrighi era al corrente e c’era il consenso Per questo preparai i documenti inviati per posta elettronica il 28 gennaio 2010». Mancano appena due giorni all’omicidio. Il 29 venne nuovamente fatta notare l’assenza del bilancio al 31 dicembre 2009, ma Arrighi disse «di non essere in grado di poterlo fornire a breve». In questo incontro, Brambilla chiese conto di un appartamento comprato ad Argegno, ma l’armiere rispose «che l’immobile in questione era del suocero». Questo fu l’ultimo faccia a faccia tra le parti. Quando il commercialista di Brambilla ottenne la contabilità dell’armeria, Giacomo era già morto. «Voleva portarmi via il negozio», dirà poi Arrighi. Quell’armeria che da allora non ha più riaperto i battenti.

Mauro Peverelli

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