Dalla bomba di via Borgovico al “martire” jihadista di Barni. L’estremismo musulmano sul Lario

I precedenti sul territorio
Tutto iniziò la sera del 6 luglio 1999, quando una telefonata anonima alla polizia fece scattare un allarme bomba in via Borgovico, nella palazzina in cui aveva sede la moschea turca. Quello di 13 anni fa fu il primo episodio della breve storia del terrorismo di matrice islamica in provincia di Como. Del fallito attentato di via Borgovico si è scoperto tutto. Era una prova dimostrativa che i militanti del Pkk – il Partito comunista curdo – volevano mettere in scena dopo l’arresto del loro
leader, Abdullah Ocalan, estradato dall’Italia e poi rinchiuso in un carcere turco di massima sicurezza.
Dopo l’11 settembre, si torna a parlare spesso, sul Lario, di fondamentalisti e di jihadisti.
Venerdì 11 gennaio 2002, un bimotore della Us Air Force atterra sulla pista di Guantanamo Bay, Cuba.
Dall’aereo sbarcano 10 uomini in catene. Sono i primi prigionieri di Camp Delta, la galera d’acciaio e cemento costruita in pochi mesi per accogliere i combattenti della jihad, la guerra santa dei seguaci di Allah.
Tra i 10 c’è anche un “comasco”. Un imbianchino di 27 anni con in tasca la carta d’identità numero AG1571395 rilasciata dall’ufficio Anagrafe di Palazzo Cernezzi il 27 aprile 2001. Si chiama Sherif Fathy Ali El Meshad ed è nato in Egitto, a El Menoufia, il 14 dicembre 1976.
Meshad sarà rilasciato, dieci anni dopo, senza che un Tribunale si sia mai pronunciato sulla sua colpevolezza. Altri, invece, avranno una sorte diversa. Lofti Rihani, ad esempio, tunisino che dopo aver abitato qualche anno a Barni scelse di morire da kamikaze a Baghdad, nel 2003, lanciandosi a bordo di un’auto a folle velocità contro una colonna di militari americani. Il suo documento d’identità, rilasciato dal Comune della Vallassina, venne ritrovato nel Kurdistan iracheno, in un campo di addestramento per mujaheddin.
Rihani è l’unico, di cui si sappia, che abbia scelto la morte. Altri si sono limitati al ruolo di fiancheggiatori.
Nel luglio del 2002 viene arrestato Touati Rafik ben Salem, tunisino residente a Como e titolare di un’impresa edile. È accusato di far parte di una cellula milanese di al-Qaeda e sospettato di gestire un traffico di documenti falsi.
Fra il 2004 e il 2005, poi, il ministro dell’Interno, Beppe Pisanu, ordina l’espulsione di tre esponenti di spicco della comunità islamica di via Pino a causa delle prediche a favore della guerra santa. Vengono rimpatriati l’imam della moschea di Camerlata, Abou Ayoub e l’ex imam Ben Hassine Snoussi, già indagato nel 2001 (ma prosciolto in seguito da questa accusa) perché ritenuto mandante di un pestaggio ai danni di un connazionale indicato come informatore della polizia italiana. Nel settembre 2005 viene espulso anche il tunisino Litayem Amor Ben Chedli, vicepresidente e tesoriere dell’associazione culturale islamica. Anch’egli, sostengono le autorità italiane, non ha mai preso le distanze dagli estremisti islamici. Gli ultimi episodi nel novembre 2007 – l’arresto di due tunisini da parte dei servizi segreti – e nella prima metà dell’agosto 2008, con perquisizioni a Turate e Lurago.

Dario Campione

Nella foto:
La sera del 6 luglio 1999 una telefonata anonima alla polizia fa scattare un allarme bomba in via Borgovico, nella palazzina in cui aveva sede allora la moschea turca. In seguito gli autori del fallito attentato sono stati identificati e condannati

Articoli correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.