Dalle banche ai capannoni, la scommessa elvetica

La riflessione di Giorgio Civati
È certamente terra di banche e di finanza, ma non solo. Non più. Guardare alla Svizzera unicamente come base di holding, finanziarie e sedi sociali più o meno trasparenti è ormai riduttivo.
I “cugini” elvetici hanno infatti giocato – e in buona parte vinto – una scommessa che pareva impossibile: rendere attrattivo il loro territorio anche per le fabbriche, per i magazzini e per la produzione. Renderlo interessante

, nonostante i costi più elevati che altrove, da quello dei terreni al costo del lavoro. La patria delle banche è così diventata, oggi, un’area in cui i capannoni si susseguono dal confine fino alle zone più impervie dell’interno, tanto che spazi per nuove realtà industriali ne sono rimasti pochi. E molte delle aziende oggi presenti in Svizzera sono anche italiane. Comasche, lecchesi, di Sondrio o Varese soprattutto.
Una sconfitta bella e buona per l’Italia? Non certo per le imprese, ma per il Paese invece sì. Da questa parte del confine, infatti, la burocrazia è un macigno che rallenta e schiaccia ogni buona intenzione, anche in campo imprenditoriale. Oltre Chiasso, invece, il fisco è una controparte, non un mostro contro cui combattere; “di là” le correzioni alle dichiarazioni dei redditi dei privati cittadini si fanno anche al telefono, le aziende si aprono in qualche giorno, al massimo alcune settimane. E così sono emigrati colossi della moda come Gucci e Hugo Boss, che proprio in Ticino hanno centri logistici e produttivi, aziende metalmeccaniche e così via. Lo faranno altri. E non per caso.
Il successo elvetico in questo campo infatti non è casuale. Prendiamo il Ticino, che dall’inizio degli anni Novanta ha approvato, a livello cantonale, uno specifico progetto di incentivi e agevolazioni a chi aprisse aziende. Sconti fiscali, detassazione degli utili, aiuti e benefit vari. Fatti concreti, promesse mantenute, certezze anche fiscali negli anni. Tutto il contrario che in Italia.

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