Dalle carte di Antonio Spallino la storia del tormentato amore di Como per la Casa del Fascio

Como, Palazzo Terragni, Casa del Fascio

La trasformazione della ex Casa del Fascio in un museo è il sogno ricorrente della città di Como. Che già subito dopo la fine della guerra – con una delibera di giunta del 19 ottobre 1945 – rivendicò la proprietà dell’edificio, aprendo un contenzioso con lo Stato destinato a durare una decina d’anni. Nel 1981, poi, il sindaco Antonio Spallino scrisse una lettera al comandante delle fiamme gialle, il colonnello Filippo Furia, ribadendo la volontà dell’amministrazione comunale di acquisire al proprio patrimonio il palazzo di piazza del Popolo per farne un museo d’arte moderna.
Dall’archivio dell’ex primo cittadino del capoluogo, ora riordinato e messo a disposizione degli studiosi e degli appassionati di storia locale, emergono le tracce molto nitide di un tentativo condotto all’inizio degli anni ’80 da Palazzo Cernezzi per trasformare l’ex Casa del Fascio in una prestigiosa sede museale.
L’istruttoria
Il 10 marzo 1981, la giunta di Como ascolta una relazione del sindaco Spallino sull’argomento e «ritiene opportuno sperimentare ogni iniziativa utile per acquisire alla città la proprietà di un’opera fondamentale nella storia dell’architettura razionalista italiana». Appunto, «la ex Casa del Fascio di piazza del Popolo». L’estratto del verbale di giunta che contiene la notizia rivela anche come l’esecutivo avesse deciso di far «accertare all’ufficio Patrimonio l’esatta condizione giuridica del bene presso l’Intendenza di finanza».
La relazione
Un incarico che i funzionari del Comune svolgono in tempi tutto sommato rapidi. Il 1° aprile dello stesso anno, 20 giorni dopo la decisione presa in giunta, viene consegnata all’assessore al Patrimonio e allo stesso sindaco una relazione di due pagine (protocollo 5778) in cui si ripercorre la storia della proprietà di Palazzo Terragni.
Si può così tornare indietro nel tempo, al 20 luglio 1933, quando il Comune di Como «dona alla Federazione dei Fasci di Combattimento porzioni di terreno per la costruzione della Casa del Fascio». Due i rogiti citati: il primo del «dottor Raoul Luzzani», il secondo (del 5 marzo 1941) del «dottor Luigi Fazzini».
Interessante il fatto che l’edificio, dichiarato agibile dal primo gennaio 1936, «venne finanziato mediante contributo del Comune di Como, sottoscrizioni spontanee o coattive, vari Enti, privati cittadini, ditte industriali e commerciali. Lo Stato non vi concorse sotto nessuna forma e neppure il partito allora dominante».
Dopo il 25 luglio e la dissoluzione del regime, la Casa del Fascio «passò in proprietà dello Stato, ministero delle Finanze, a seguito del Regio decreto luogotenenziale 2 agosto 1943, numero 704», seguendo il destino di tutti i «beni mobili e immobili del disciolto partito fascista».
Il verbale di consegna fu firmato il 12 agosto del 1943, ma soltanto cinque anni dopo, nel giugno del 1948, fu completata la pratica catastale con la volturazione a favore dello Stato.
In questo lasso di tempo, il Comune di Como «avanzò rivendicazione sulla proprietà dello stabile». Lo fece una prima volta il 19 ottobre 1945, ottenendo però quasi subito una risposta negativa della Prefettura; e una seconda volta il 29 maggio 1948, quando il consiglio comunale «autorizzò il sindaco a condurre a termine le trattative, già in corso, per l’acquisizione» del palazzo. In realtà, la trattativa non ebbe seguito, tanto è vero che l’8 ottobre 1951 lo stesso consiglio comunale votò una delibera con cui rinunciava all’acquisto.
Si arriva così al 9 marzo 1956, quando il presidente del consiglio Antonio Segni, con un decreto, assegna l’ex casa del Fascio alla guardia di finanza, che vi entra un anno dopo, il 26 marzo 1957.
In realtà, proprio la presenza delle fiamme gialle ha permesso di preservare in modo mirabile Palazzo Terragni la cui struttura è rimasta invariata in tutti questi anni. Anche per questo, nel 1981 Antonio Spallino scrisse al comandante Furia assicurando che il Comune avrebbe concorso «con l’amministrazione dello Stato» alla «ricerca di immobili idonei a soddisfare le esigenze della guardia di finanza» qualora, ovviamente, si fosse arrivati a un accordo per la trasformazione in museo dell’edificio.

Articoli correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.