Daverio: «Le mostre strumenti d’identità»

daverioPersonaggi – Il popolare critico d’arte reso noto dalla tv era ospite ieri dell’associazione “Chiave di Volta” in piazza Verdi

Il critico d’arte e collezionista Philippe Daverio, in piazza Verdi per il convegno “Scenografie dell’Illuminismo in Como: la città si rinnova” – restaurarsi?”, organizzato al Teatro Sociale dall’associazione culturale Chiave di Volta, seppure in tono scherzoso ieri sera se l’è presa subito con i parcheggi a pagamento di Como: «Ho messo tre euro e la macchinetta se li è mangiati senza emettere il biglietto, mi è testimone l’architetto Darko Pandakovic che era con me. È inelegante come fenomeno – dice ancora sorridendo Daverio – di certo poco ospitale». Chiosato il poco piacevole episodio, è inevitabile chiedergli un nuovo parere sulla situazione delle grandi mostre a Como. Dopo la conclusione

dell’evento della scorsa estate che prendeva spunto dall’opera del genio futurista dell’architettura Antonio Sant’Elia, Daverio aveva già espresso su queste stesse pagine alcuni concetti che ieri ha ribadito, ampliandoli, anche durante la tappa a Como: «A mio avviso il problema è molto semplice: con le tasse che paghiamo, due o tre cose devono esserci restituite senza che i numeri debbano determinare tutto, e cioè formazione, sanità e cultura. Altrimenti finisce che ci tocca dare ragione a un calciatore, a Diego Armando Maradona (il riferimento è al suo contenzioso con le tasse, ndr). Se non vogliamo che questo accada, che si spenda per fare le mostre. Certo, magari con una attenzione che potrebbe essere talvolta più equilibrata, tentando di avere intorno alla mostra una progettualità che ne spieghi il senso. Calcolando che siete in una città che ha tutto un proprio meccanismo di patrimonio culturale potente e poco comunicato – prosegue Daverio – perché Como non ha mai pensato di fare delle mostre che avessero delle ricadute di esaltazione sulla propria specificità? Voi avete uno dei primi edifici della cultura romanica al mondo: perché non si pensa di fare una manifestazione che permetta di capire cos’è il caso della basilica di Sant’Abbondio? Voi avete il “Paolo Giovio”, uno dei Musei civici più intelligenti del Nord Italia: perché non si apre a un evento che dia attenzione a questa situazione?». Il caso del successo della mostra di Monet a Pavia di cui si discute in queste ore anche a Como non lo smuove: «Non me importa affatto – afferma categorico Philippe Daverio – In questa fase storica penso che far vedere Kandinsky, ad esempio, non abbia alcuna rilevanza. Infatti, è più importante lavorare sulle identità delle città. Le mostre non sono fatte per fare utili, ricordatevi sempre la scritta, un po’ massonica, affissa al Teatro di Palermo, nel momento in cui la città era in piena avanguardia, subito dopo l’Unità d’Italia: “Vano delle scene il diletto ove non miri a preparar l’avvenire”. Un bel concetto che esprime come la cultura debba formare l’identità e comunicarla». Questo succede a Como? «Direi di no». Una battuta anche in tema di Expo e su quali strategie adottare a Como: «Dovrei dare qualche suggerimento – dice ironicamente Daverio – a chi organizza Expo, ma è molto più difficile. La questione in realtà è più divertente di quel che sembra: sarà Expo in grado di comunicare qualcosa di intelligente a coloro che verranno in visita? Al cinese che arriva a Rho, cosa facciamo fare? Gli diciamo che a mezz’ora da Rho c’è Como, una realtà diversa da Shanghai, un piccolo aggregato umano con una sua storia? Ecco, forse è questo il semplice messaggio da trasmettere». Durante la conferenza sul palco del bicentenario del Teatro Sociale per l’inaugurazione dei sei pannelli storici realizzati dall’associazione culturale “Chiave di Volta”, Daverio ha poi voluto sottolineare come sia determinante per il futuro della città il ruolo di un teatro di tradizione sempre più importante. Maurizio Pratelli

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