Ferruccio De Bortoli ospite al Teatro Sociale

Ferruccio de Bortoli

Un libro che fin dal titolo apre alla speranza, quello che domani, ospite del Premio “Città di Como”, presenta Ferruccio de Bortoli: “Ci salveremo”. Evento culturale da non perdere alle 18: al Teatro Sociale di Como, in Sala Pasta (ingresso libero da via Bellini 3), il giornalista a lungo direttore del “Corriere della Sera”, di cui ora è prestigioso editorialista, parlerà del suo nuovo saggio edito da Garzanti Ci salveremo. Appunti per una riscossa civica. Dialogherà con Laura Scarpelli, editor, e con Giorgio Albonico, ideatore e organizzatore del premio.
Un libro di estrema attualità, che invita a ragionare sul presente e guardare al domani con minore ansia, dedicato «ai tanti che ogni giorno fanno qualcosa per gli altri. Il loro esempio è il nostro futuro». «Premetto che il mio libro – dice Ferruccio de Bortoli – non ha una coloritura politica. Io mi preoccupo della qualità della cittadinanza oggi in Italia. Mi auguro che sia piena, con un senso civico più elevato, con un maggior rispetto per il bene comune, con una maggiore attenzione alle regole e alla fedeltà fiscale ad esempio. Auspico che l’Italia torni a essere orgogliosa di se stessa, per i primati che certo il nostro Paese ha e che possono anche rappresentare una forma di riscatto. Purtroppo noi italiani siamo poco attenti a quelli che sono i primati del nostro Paese, poco orgogliosi di quello che siamo e ci autoassolviamo per una serie di difetti che nel frattempo non abbiamo emendato. Potremo essere cittadini migliori solo se aumenterà in ciascuno di noi il senso di responsabilità».
Ma dove il nostro Paese ha iniziato a discendere la china? Il parere di Ferruccio de Bortoli è netto: «Con la perdita progressiva della memoria di ciò che siamo stati. Abbiamo perso la memoria dei sacrifici che hanno fatto i nostri nonni e i nostri padri, non arriviamo più a capire che ogni risultato comporta fatica, studio, applicazione, dedizione. Siamo stati corrotti dal benessere, ritenendolo qualcosa di acquisito per sempre, come del resto riteniamo risultati ormai definitivi la pace e la democrazia».
Il suo saggio ha anche una versione audiolibro, con la sua voce narrante che lo legge dall’inizio alla fine. Lei è anche presidente della Longanesi. Il libro avrà un futuro nell’era digitale?
«Ecco proprio con il libro una grande dimostrazione di eternità culturale: il libro cartaceo rimarrà sempre, grazie all’emozione forte che dà il rapporto con il suono della carta, la bellezza dell’oggetto in sé».
Chi comunica quale responsabilità ha nell’aver creato la situazione da lei tratteggiata? «Enorme. La stampa ha finito col mutuare i peggiori difetti degli italiani, per certi versi esaltandoli. Noi giornalisti ci comportiamo spesso come gli algoritmi della rete, che stuzzicano le persone che la pensano allo stesso modo fornendo loro materiale spesso avariato per corroborare visioni semplificate della realtà. Abbiamo disabituato il lettore a comprendere la complessità del mondo, uno sforzo che costa fatica, e non può limitarsi a dare uno sguardo superficiale a una home page fidandosi della liofilizzazione delle notizie: il mondo non è un sushi che si inghiotte. La stampa richiede correttezza, preparazione, umiltà nel chiedere scusa degli errori commessi, perché è un rapporto di credibilità e di fiducia che deve sempre avere il lettore al centro. La stampa locale, come il “Corriere di Como”, ha sempre dimostrato in questo grande vitalità e grande vicinanza ai bisogni della gente. Il che non vuol dire “complicità” ma coraggio di dire tutto, anche le cose che non vanno. Un organo locale ha la sua utilità nella misura in cui rappresenta al meglio le qualità del proprio territorio ma non ne nasconde mai i difetti perché ha l’autorevolezza di dire, parlando al cuore, alla coscienza e all’intelligenza dei suoi lettori, che è forse il caso di riordinare le priorità. La fondamentale funzione di un organo di stampa è mettere la classe dirigente e la popolazione in condizione di mettere un ordine di importanza nelle cose da fare, dato che tutte insieme è impossibile farle».

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